{"id":2724,"date":"2020-12-03T14:52:16","date_gmt":"2020-12-03T14:52:16","guid":{"rendered":"https:\/\/riabitarelitalia.net\/RIABITARE_LITALIA\/?p=2724"},"modified":"2022-11-08T14:07:11","modified_gmt":"2022-11-08T14:07:11","slug":"figlia-del-terremoto-irpinia-1980-di-elisa-forte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/riabitarelitalia.net\/RIABITARE_LITALIA\/figlia-del-terremoto-irpinia-1980-di-elisa-forte\/","title":{"rendered":"Figlia del terremoto. Irpinia 1980, di Elisa Forte"},"content":{"rendered":"\n<p>Nel 1980 avevamo persone senza un paese, e dopo 40 anni la storia ci ha restituito un paese ricostruito ma disabitato. Una condizione non equiparabile al pi\u00f9 ampio contesto dell\u2019Italia interna, vittima dello spopolamento e dell\u2019anoressia demografica tipica delle aree marginali, ma un caso di chiara contraddizione che merita di essere analizzato. In occasione del quarantennale dalla terribile tragedia che colp\u00ec l\u2019Irpinia nel 1980, il bilancio storico registra in questi luoghi la pi\u00f9 ingente mole di aiuti, in termini di capitale umano ma soprattutto di denaro pubblico e donazioni, giunti dall\u2019italia e dall\u2019estero; ma anche la pi\u00f9 debole capacit\u00e0 progettuale che oggi ci vede fra i protagonisti della Strategia Nazionale per le Aree Interne. Abbiamo vinto insomma: da terremotati ad area marginale. Contrariamente a quanto previsto dalle pianificazioni urbanistiche e industriali di 40 anni fa, dopo il sisma del 1980 sono mancati oltre 20mila abitanti, tra emigrazioni, decessi e arresto della natalit\u00e0. Constatiamo che \u201cle voci di dentro\u201d hanno assistito a ci\u00f2 che altri \u2013 gli stranieri arrivati da lontano- hanno deciso per noi. Cos\u00ec da ribaltare il disegno originario annunciato nell\u2019immediato post terremoto che avrebbe dovuto superare in un battito d\u2019ali l\u2019arretratezza in cui viveva la provincia di Avellino, sostituendola con una irruzione di modernit\u00e0. La condizione attuale di questo lembo di Campania interna deriva da un processo di ricostruzione ultimato dal punto di vista degli abitati, ma incompiuto dal punto di vista strutturale. Oggi tutto appare esattamente come allora. Proprio questo <em>frame<\/em> che cattura smarrimento e torpore \u00e8 stata consegnato al regista Umberto Rinaldi per la realizzazione del documentario \u201c80+40: il vuoto dopo la tempesta\u201d realizzato da Hitch2 Produzioni e, che sar\u00e0 divulgato nei prossimi mesi.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Qui <em>stancamente<\/em> \u00e8 la metrica che accompagna il racconto di un terremoto lungo 40 anni, in cui \u00e8 stata sedimentata una elaborazione del lutto e dei processi decisionali mai compiutamente realizzati o decollati. La narrazione pi\u00f9 calzante infatti, non \u00e8 la riproduzione della lentezza dei passi che in genere contraddistingue la vita di paese, ma il logor\u00eco lento che ha scavato gli animi di chi \u00e8 sopravvissuto, e di chi come me, \u00e8 figlio di quella tragedia. Sono una figlia del terremoto, nata dopo un matrimonio celebrato fra le macerie nel febbraio del 1981, per riaccendere la speranza, per aggrapparsi alla vita. La mia generazione avrebbe dovuto curare una ferita che poi si \u00e8 rivelata talmente tanto profonda da inghiottire anche chi, col terremoto non c\u2019entrava niente. Per la mia generazione non c\u2019\u00e8 salvezza: Sant\u2019Angelo dei Lombardi e l\u2019Alta Irpinia prima del terremoto era tutt\u2019altra storia, tutt\u2019altra vita. Cos\u00ec i paesi si sono cristallizzati prima che io nascessi, mentre \u00e8 toccato a noi scontare il peso di ci\u00f2 che non abbiamo vissuto e che non possiamo cambiare.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Abbiamo inconsapevolmente ereditato la malinconia pressante e il lutto a tempo indeterminato. Infatti oggi quella generazione \u00e8 scarsamente rappresentata in paese, principalmente perch\u00e8 non ha trovato sbocchi occupazionali, n\u00e8 ha avuto la possibilit\u00e0 di incidere nella costruzione del futuro di quell&#8217;area. Mentre si elaborava faticosamente il lutto e, brandelli di famiglie cercavano disperatamente di riaggiustare i cocci per trovare nuovi stimoli, la classe dirigente governava i processi e ricostruiva non solo gli abitati, ma disegnava nuove coordinate per il futuro delle comunit\u00e0. Il terremoto port\u00f2 una irruzione di modernit\u00e0 a cui Sant\u2019Angelo e gli altri comuni vicinori dell\u2019Alta Irpinia non avevano ancora amb\u00ecto. L\u2019industria in particolar modo, sostenuta dallo Stato, produsse una irruenta corsa al finanziamento pubblico, per tentare la scalata alla modernit\u00e0 e recuperare di colpo il clamoroso ritardo industriale che il Mezzogiorno scontava rispetto al nord industrializzato da tempo. L\u2019industria di montagna per\u00f2, immaginata dalla politica della Dc di quei tempi, non riusc\u00ec a trovare una sua collocazione autonoma e si tradusse in un clamoroso flop non appena il Governo chiuse il rubinetto degli incentivi. Quelli furono gli anni dello sciacallaggio e della solidariet\u00e0 insieme: due facce speculari della stessa medaglia che hanno percorso gli stessi binari. I <em>prenditori <\/em>del nord beneficiavano degli aiuti di Stato per aderire al maxi progetto di costruzione dell\u2019innesto industriale, e Sant\u2019Angelo \u2013 come anche gli altri comuni colpiti dal terremoto- era meta di tecnici, architetti, geometri e ingegneri che avrebbero dovuto occuparsi della ricostruzione. Non solo. I comuni terremotati erano anche meta di persone di gran cuore che hanno riammagliato il tessuto sociale, divenendo parte integrante del contesto. Cos\u00ec sullo stesso \u201cpalcoscenico\u201d si sono esibiti i ladri di elemosine che hanno preso gli incentivi dello Stato per realizzare qui l\u2019industrializzazione e quindi l\u2019ammodernamento del Mezzogiorno d\u2019Italia; ma anche cantanti e celebrit\u00e0 nazionali per esibirsi in concerto e portare la loro solidariet\u00e0 a noi terremotati. Non c\u2019\u00e8 personalit\u00e0 politico istituzionale di rilievo nazionale o artista affermato che non sia stato nella terra del cratere all\u2019indomani del 1980.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Sin dall\u2019infanzia nei prefabbricati, appena un fazzoletto di terra per ognuno, ricordo la solidariet\u00e0 del vicinato. Ogni zona del paese, a me noto come un altro \u201ccontinente\u201d abitato da altrettanti terremotati- aveva il nome della citt\u00e0 che si era spesa per la donazione. Dal Boschetto a Los Angeles, dal campo tedesco a campo Bergamo e, ai siti differenziati dall\u2019azienda che aveva fornito i prefabbricati: i mini quartieri predisposti per la costruzione degli alloggi provvisori avevano assunto le sembianze di un microcosmo. Qui la porte erano sempre aperte, l\u2019ingresso era accessibile a chiunque; e non per una estremizzazione della fiducia verso il prossimo, quanto per la presenza costante dei militari che vigilavano soprattutto il centro storico con ronde notturne contro lo sciacallaggio. Ogni prefabbricato era dotato di una stufa di ghisa di manifattura tedesca, posizionata al centro e dotata spesso di un pannello di coibentazione di amianto, utilizzato per trattenere il calore. Gli inverni erano particolarmente rigidi, e con l\u2019arrivo delle grandi nevicate si precipitavano militari da tutta Italia per liberare le nostre piccolissime case provvisorie da cumuli di neve. In compenso le Suore Oblate e le suore Vincenziane allietavano i nostri Natali: Babbo Natale arrivava per tutti, con doni inviati da ogni angolo d\u2019Italia. Avevamo tutti le stesse coperte, anche queste di manifattura tedesca, 100 per cento lana, del tipo utilizzato in guerra, che erano state distribuite nel tempo dai volontari. Fra le migliaia di volontari arrivati qui, c\u2019erano anche i Frati Gesuiti, che non lesinavano il supporto delle braccia quando si trattava di lavorare, e che avevano allestito un piccolo centro sociale in un fabbricato, dove organizzavano il cineforum e altri eventi ricreativi. Con l\u2019inizio dei lavori di scavo e rimozione delle macerie il paese si riemp\u00ec di nuovi residenti: erano soprattutto imprenditori edili, ingegneri, geometri e architetti che si erano trasferiti momentaneamente, alcuni con le famiglie, per seguire i lavori da vicino. Anche l\u2019ospedale Criscuoli, allestito in un container gi\u00f9 alla Via Quadrivio era gestito dalle Monache Clarisse, tutte provenienti dalla provincia di Vicenza. Il rigore dell\u2019ospedale si reggeva su un rigoroso accento veneto. Qui aveva preso servizio una classe medica giovanissima, appena sfornata dai corsi di specializzazione all\u2019universit\u00e0, che aveva aderito al progetto morale e umanitario di rimettere in piedi l\u2019ospedale, precedentemente ubicato nel centro del paese e crollato con il sisma. Anche l\u2019ospedale era una grande famiglia, proiettato ad ampliarsi e a crescere nel tempo, per consolidare un percorso avviato gi\u00e0 prima del terremoto con la clinica privata dalla famiglia Criscuoli e dal Senatore don Gabriele.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Il prefabbricato per chi come me era nato <em>dopo<\/em>, era un ambiente accogliente e confortevole. Otto anni sono trascorsi in fretta e senza mai avvertire il peso della provvisoriet\u00e0. Lo spazzino ritirava il sacchetto della spazzatura a domicilio, il vicinato si raccoglieva per consegnare la biancheria destinata alla lavanderia. &nbsp; Fuori dal villaggio era un unico grande ammasso di macerie e calcinacci. Le attivit\u00e0 commerciali o presunte tali erano tutte alloggiate nei container. Enorme era il piazzale che ospitava i mini alloggi, dove oltre ai prefabbricati, c\u2019era un grande giardino centrale, baracche utilizzate come garage per le auto e cantine provvisorie, spazi aerei in cui collocare lunghissime corde per stendere le lenzuola.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Ricordo da piccola la gita al centro storico della domenica pomeriggio, quando mia madre e le sue sorelle venivano assalite dalla nostalgia dei ricordi e ci trascinavano \u2013 me e i miei cugini- fra le macerie per mostrarci la furia del terremoto e quello che aveva prodotto. Puntuale era la descrizione di mio padre di ogni edificio che ora occupava un vuoto e chi lo aveva abitato. Ammiravo gli interni delle case crollate solo a met\u00e0, le vite spezzate di chi non avevo avuto la fortuna di conoscere e, ricostruivo attraverso la fantasia, le animazioni di quello che c\u2019era prima, materializzando le descrizioni dettagliate dei miei. Conoscevo mille sfumature di quella sera, mille storie e vicende personali che si sono intrecciate con quelle dei miei genitori. Ho sfogliato decine e decine di volte i giornali di quell\u2019epoca con le foto di mia madre che indossava un cappotto distribuito dalla Croce Rossa di almeno tre taglie superiori alla sua. Ho visto le immagini di persone che facevano la fila con una scodella d\u2019acciaio al campo mensa, e per anni ho ammirato madri che non hanno mai smesso il lutto. La veste nera accompagnata da una catena con il portafoto ovale con la foto del figlio o del marito morto, col viso consumato dalle lacrime. Ogni volta, in questi 40 anni, ogni racconto del prima e del durante offre nuovi e interessanti dettagli che arricchiscono la storia e la alimentano, inconsapevolmente, di nuovo significato.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Ricordo le trasferte del sabato ad Avellino per andare a vedere le case. Un viaggio estenuante a bordo della 128 blu di mio padre, che nel tragitto sulla vecchia Ofantina gli costava almeno due fermate per farci riprendere dalla nausea. Dopo Castelvetere partiva il conto alla rovescia: io e mio fratello eravamo gi\u00e0 incollati i ai vetri del finestrino per ammirare i palazzi di pietra, a due, tre piani. Altra esperienza mistica: gli occhi non bastavano a contenere tutto e a registrare in memoria quanto avevamo potuto ammirare. La vita altrove era assai diversa da quella che vivevamo noi.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Con l\u2019assegnazione delle prime case tutto \u00e8 cambiato. Varcare l\u2019uscio di una casa \u00e8 stata un\u2019impresa traumatica che ha interrotto il tepore ovattato del prefabbricato. Le stanze erano enormi e gelide, la nostra voce riecheggiava all\u2019interno e dava un profondo senso di smarrimento e incertezza. La porta non era pi\u00f9 accessibile come prima e il portone d\u2019ingresso del condominio era dotato di un citofono. Ci volle del tempo, ma riuscimmo ad acclimatarci: il villaggio Antenna Tre (costruito grazie all\u2019impegno di Enzo Tortora e alle donazioni della radio lombarda Antenna Tre) aveva nuovamente mescolato le carte e ci rendemmo conto che i quartieri dei prefabbricati avevano diviso la popolazione per troppo tempo. Imparammo a conoscerci e i nostri genitori a riscoprire la popolazione sopravvissuta. La piazza era sempre un ammasso di pietre e terra, e i lavori procedevano senza che noi potessimo realmente accorgercene. Cos\u00ec i nostri giochi divennero il nascondino nel centro storico e la caccia al tesoro sotto le macerie del castello e della cattedrale. Il centro storico era davvero spettrale: d\u2019estate si prestava alle escursioni nel cantiere della cattedrale, dove andavamo alla ricerca di cadaveri, di spiriti e tesori nascosti. Il castello aveva decisamente un fascino diverso. Qui si organizzavano spedizioni notturne alla ricerca del passaggio segreto che avrebbe dovuto condurre ai sotterranei del castello di San Felice, a pochi chilometri da noi. Bypassavamo le transenne e si scavava nella terra chiusa dalle lamiere con tanto di lucchetti, per poi rimettere tutto in ordine al termine di ogni spedizione. I miei coetanei saltavano sui tetti delle case in costruzione e si avventuravano in gesta a dir poco pericolose. Col tempo le macerie hanno ceduto spazio ad una nuova sagoma del paese, e il centro storico non ha pi\u00f9 ferite. I prefabbricati sono state le ultime cicatrici della ricostruzione, ma ancora oggi a 40 anni dalla tragedia, i segni sono tangibili.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Quel centro storico cos\u00ec strenuamente difeso dal preside Romualdo Marandino durante i lavori di scavo e rimozione delle macerie, oggi appare svuotato dalla sua funzione vitale, ovvero quella di caratterizzare il cuore pulsante del piccolo centro. La ricostruzione, pi\u00f2 meno fedele, ha riconsegnato alla comunit\u00e0 la sua vera essenza e le radici su cui rifondare il suo senso di appartenenza e la capacit\u00e0 di riconoscersi come comunit\u00e0. Ma le case disabitate e il silenzio di un luogo che pare ovattato nel ricordo, sembrano avere smarrito lo spirito. E\u2019 esattamente da qui che la nostra storia ci impone di ripartire. Ritrovare la centralit\u00e0 del nucleo originario per ricompattare la comunit\u00e0, per rimettere in piedi anche il percorso di costruzione della modernit\u00e0. A 40 anni dal sisma le congiunture storiche ed economiche consentono di dare una seconda possibilit\u00e0 alle strategie inaugurate all\u2019indomani del 1980: si lavora al completamento della Lioni Grottaminarda, si attendono gli incentivi statali per riaprire i capannoni industriali costruiti con i fondi della legge 219\/81 e abbandonati; si immagina di dare una destinazione d\u2019uso a tutti quegli edifici pubblici vuoti; di assecondare le vocazioni espresse dal territorio, di esibire il cartello all\u2019ingresso del paese: \u201cTornate a casa, l\u2019America \u00e8 qui\u201d.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Il 23 novembre alle 19.34 il trailer del documentario &#8220;80+40 il vuoto dopo la tempesta&#8221; di Hitch2 Produzioni. Il racconto del <a href=\"https:\/\/twitter.com\/hashtag\/sisma1980?src=hashtag_click\">#sisma1980<\/a> e della lotta 40 anni dopo, allo spopolamento delle aree interne della Campania <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nel 1980 avevamo persone senza un paese, e dopo 40 anni la storia ci ha restituito un paese ricostruito ma disabitato. 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