{"id":600,"date":"2020-05-10T12:03:40","date_gmt":"2020-05-10T12:03:40","guid":{"rendered":"http:\/\/localhost\/RIABITARELITALIA\/?p=600"},"modified":"2020-06-24T08:22:57","modified_gmt":"2020-06-24T08:22:57","slug":"il-manifesto-pagina","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/riabitarelitalia.net\/RIABITARE_LITALIA\/il-manifesto-pagina\/","title":{"rendered":"UN MANIFESTO PER RIABITARE L\u2019ITALIA"},"content":{"rendered":"\n<div class=\"wp-block-columns is-layout-flex wp-container-core-columns-is-layout-1 wp-block-columns-is-layout-flex\">\n<div class=\"wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow\" style=\"flex-basis:66.66%\">\n<h3 class=\"has-vivid-cyan-blue-color has-text-color wp-block-heading\">Invertire lo sguardo, partire dalle aree marginalizzate<\/h3>\n\n\n\n<p>Dalla fine del secolo scorso, l\u2019Italia conosce una vera e propria crisi delle sue tradizionali egemonie territoriali: i \u201ccentri\u201d, i luoghi cui in passato era stata attribuita una indiscussa funzione direzionale, non riescono pi\u00f9 a legittimare il loro ruolo trainante per l\u2019intero sistema delle economie, delle relazioni sociali, dei valori simbolici.<\/p>\n\n\n\n<p>Questa crisi ha trovato una conferma drammatica con la pandemia del Covid-19, che ha colpito in modo severo il \u201ccuore\u201d produttivo e sociale del paese, mostrando, in campo sanitario &#8211; e non solo \u2013 quanto insufficiente fosse la capacit\u00e0 da parte del \u201ccentro\u201d di reagire agli shock esogeni. Si \u00e8 rotto il meccanismo della direzionalit\u00e0. Sempre pi\u00f9 i grandi agglomerati urbani producono benefici solo per i ceti pi\u00f9 ricchi che li abitano, sempre meno riescono a creare vantaggi e opportunit\u00e0 fuori dai propri confini, interni ed esterni. Sempre pi\u00f9 chi sta fuori si sente svincolato, distante, solo, disconnesso.<\/p>\n\n\n\n<p>La crisi di egemonia \u00e8 lo specchio di una pi\u00f9 generale criticit\u00e0 del modello di sviluppo lineare e \u201cprogressivo\u201d di cui si era nutrito il Novecento. Cresce la forbice delle diseguaglianze, che si presentano sempre di pi\u00f9 come asimmetrie di opportunit\u00e0, e sempre pi\u00f9 si legano alle disarticolazioni dei territori. E mentre il modello urbano misura le proprie crescenti difficolt\u00e0, al di fuori dei centri la condizione di vita peggiora: nelle terre alte, come nei fondovalle della deindustrializzazione; nelle campagne dell\u2019agricoltura intensiva, come nelle aree attraversate dalla consumazione dell\u2019esperienza dei \u201cdistretti\u201d; nelle fasce costiere deturpate dal continuum delle seconde case in abbandono, come nelle sempre pi\u00f9 vaste e sofferenti periferie metropolitane. \u00c8 l\u2019Italia dei \u201cvuoti\u201d: del declino demografico, dello spopolamento e dell\u2019abbandono edilizio, della scomparsa o del degrado di servizi pubblici vitali (dalla scuola alla farmacia, dall\u2019ufficio postale al forno, al presidio ospedaliero). Un\u2019Italia diffusa, che \u00e8 presente a tutte le latitudini e che si interseca, fino talvolta a sovrapporsi, a sconfinare, quasi a convivere, specie nelle periferie urbane, con l\u2019Italia dei \u201cpieni\u201d. Un\u2019Italia che soffre, a diversi livelli e per differenti motivi, di una crisi insediativa e nella quale alla contrazione demografica, che riguarda anche le aree dei centri, si aggiunge un surplus di disagio. E se in alcune realt\u00e0 urbane e metropolitane il fenomeno \u00e8 almeno in parte attenuato dai flussi migratori in ingresso, nelle zone dei \u201cvuoti\u201d anche i saldi migratori continuano a mostrare un andamento generalmente negativo, soprattutto nella dorsale appenninica. Un\u2019Italia \u2013 infine \u2013 che porta sulle sue spalle, spesso tra la generale inconsapevolezza e indifferenza, i destini dell\u2019equilibrio ambientale dell\u2019intero paese: \u00e8 l\u00ec, pi\u00f9 che altrove, che si manifestano la fragilit\u00e0 del suolo, gli squilibri climatici, gli scompensi eco-sistemici. Ed \u00e8 anche da quei luoghi che si deve ripartire, generando nuove economie in grado di puntare sull\u2019utilizzo sostenibile ed equilibrato delle risorse rinnovabili, di fare affidamento sulla circolarit\u00e0 della produzione, e di creare lavoro e benessere proprio attraverso la rigenerazione dei beni ambientali su cui si fondano.<\/p>\n\n\n\n<p>La marginalizzazione dei territori cui stiamo assistendo non era inevitabile. Nel dopoguerra, anche attraverso il conflitto, fattori diversi avevano provato a contrastarla: l\u2019azione e la stessa organizzazione interna di partiti e rappresentanze del lavoro; la consistenza di teorie e pratiche di politica pubblica; la variegata presenza di culture civili ispirate a eguaglianza e sostenibilit\u00e0; l\u2019impegno \u201csociale\u201d delle universit\u00e0. Il cambiamento di contesto realizzatosi nell\u2019ultimo quarto di secolo \u2013 globalizzazione, tecnologia, equilibri geopolitici, migrazioni \u2013 avrebbe richiesto un salto di qualit\u00e0 nell\u2019analisi e nell\u2019azione. E\u2019 avvenuto l\u2019opposto. I partiti, le istituzioni pubbliche, i soggetti collettivi della rappresentanza hanno progressivamente rinunziato a leggere e promuovere il cambiamento, affidandosi piuttosto ai miti dominanti di una societ\u00e0 non organizzabile, perch\u00e9 \u201cliquida\u201d, di una superiorit\u00e0 delle politiche avulse dai contesti, \u201ccieche ai luoghi\u201d.&nbsp; Hanno lasciato il campo alle convenienze dei grandi interessi, delle catene globali del valore. Certo, c\u2019\u00e8 chi ha continuato a battersi a favore di una valorizzazione delle diversit\u00e0 territoriali e dell\u2019azione pubblica: ma non \u00e8 stato mai egemone.<\/p>\n\n\n\n<p>Pi\u00f9 fattori hanno contribuito a questo vero e proprio cambio di postura verso i territori: la presunzione iper-illuminista che la tecnica possa disegnare regole del gioco, servizi, standard, pensando a una \u201cpersona media\u201d, al di fuori di ogni contesto; il convincimento che allo Stato competa correggere i \u201cfallimenti del mercato\u201d, anzich\u00e9 indirizzarlo verso obiettivi strategici; l\u2019illusione di poter far fronte al disagio sociale attraverso meri trasferimenti monetari, piuttosto che rimuoverne le cause. L\u2019affermarsi di questi orientamenti, comune a tutte le aree dell\u2019Occidente travagliate da forti faglie territoriali, \u00e8 reso ancora pi\u00f9 grave, nel nostro paese, dalla presenza di una pubblica amministrazione nel contempo arcaica e trascurata, i cui meccanismi perversi scoraggiano la discrezionalit\u00e0 e mortificano l\u2019impegno di chi vi lavora. Si sono cos\u00ec squilibrati ulteriormente i rapporti di potere, a sfavore dei soggetti pi\u00f9 subalterni, dei luoghi pi\u00f9 vulnerabili, delle istanze pi\u00f9 innovative. Salvo poi a denunciarne la \u201cmarginalit\u00e0\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>A seguito di questi processi, i vecchi modelli dell\u2019autorappresentazione territoriale del paese, che gi\u00e0 facevano fatica a funzionare, sono oggi palesemente in affanno. L\u2019idea stessa di \u201cdivario\u201d, come rappresentazione polarizzata delle contrapposizioni (tra citt\u00e0 e campagna, tra Nord e Sud, tra montagna e pianura) non riesce pi\u00f9 a restituire un\u2019immagine realistica del paese, a catturare l\u2019effettiva portata dei disagi e dei conflitti. Eppure, le rappresentazioni dominanti \u2013 accademiche, politiche, giornalistiche \u2013 continuano ad alimentare immagini semplificate, polarizzanti, dicotomiche: i territori dello sviluppo omogeneamente al Nord e quelli del ritardo altrettanto compattamente al Sud; l\u2019innovazione e il dinamismo sociale negli aggregati metropolitani e la conservazione e l\u2019immobilismo nei borghi minori; le economie esterne e le convenienze imprenditoriali concentrate in pianura e le diseconomie e l\u2019abbandono economico in montagna; i laboratori del futuro in citt\u00e0 e le scenografie dell\u2019antico in campagna.<\/p>\n\n\n\n<p>In questo contesto, anche gli sforzi conoscitivi pi\u00f9 encomiabili finiscono per essere sopraffatti dalla forza della narrazione dominante. Finiscono con l\u2019essere racchiusi in ambiti specialistici, disciplinarizzati, puntiformi. Non riescono a fare massa critica, a esercitare il loro peso civile. Il tono sciatto e ripetitivo che domina l\u2019autorappresentazione del paese alimenta piuttosto una diffusa pigrizia intellettuale ad indagare, analizzare e rappresentare la complessit\u00e0 della societ\u00e0 nazionale. \u00c8 una pigrizia rafforzata da criteri di valutazione del lavoro scientifico e accademico che orientano i ricercatori verso progetti di ricerca di breve periodo, li spingono a preferire pubblicazioni seriali ossessionate dalla coerenza interna dei modelli analitici piuttosto che dalla capacit\u00e0 di spiegare la realt\u00e0 e le sue trasformazioni. Come ulteriore conseguenza, questo disconoscimento dei luoghi ha comportato la rinuncia alla produzione e alla condivisione di conoscenze contestuali diffuse, che sono cruciali almeno quanto quelle codificate e globali ai fini di un disegno delle politiche e di una verifica della loro efficacia.<\/p>\n\n\n\n<p>Tanto pi\u00f9 stride questa angustia dello sguardo sul paese, quanto maggiori sono le sue variet\u00e0. La ricchezza dell\u2019Italia sta nella sua diversit\u00e0, nel suo policentrismo territoriale, antropologico, sociale e culturale. Geografia, morfologia e sedimentazioni storiche di lungo periodo hanno modellato un paese articolato, differenziato, granulare e rugoso: un caleidoscopio di paesaggi, <strong>boschi<\/strong>, climi, economie, tradizioni, dialetti, gastronomie, agricolture, citt\u00e0, istituzioni. Tante Italie, quindi, mescolate in ogni luogo che si riconfigurano dinamicamente, incessantemente. La variet\u00e0 \u00e8 la principale fonte della specificit\u00e0 distintiva del paese e, anche, del suo vantaggio competitivo. \u00c8 anche da l\u00ec che si deve ripartire.<\/p>\n\n\n\n<p>Per capire l\u2019Italia d\u2019oggi c\u2019\u00e8 dunque bisogno di invertire lo sguardo. C\u2019\u00e8 bisogno di decostruire le immagini stereotipate che distorcono senso comune, consapevolezze collettive, programmi di studio e di ricerca, dibattito pubblico, scelte politiche. Si sente la necessit\u00e0 di cominciare a costruire una nuova rappresentazione d\u2019insieme, pi\u00f9 nitida e pi\u00f9 fedele, meglio in grado di cogliere le complementarit\u00e0, i raccordi, le fratture. In primo luogo si deve tornare a guardare da vicino: solo sguardi ravvicinati e di dettaglio possono costituire un punto di partenza che consenta di cogliere appieno le fragilit\u00e0, e allo stesso tempo sollecitare e sostenere nuove strategie di intervento. Per troppi anni, le politiche pubbliche sono state disattente ai luoghi, ai bisogni, alle risorse e ai soggetti di queste Italie \u201cfragili\u201d, dove non a caso sono cresciuti pi\u00f9 che altrove il risentimento, la rabbia, il disprezzo per le \u00e9lites politiche e tecnocratiche; dove pi\u00f9 fortemente si \u00e8 manifestato l\u2019insorgere e l\u2019affermarsi di pericolose derive autoritarie. Per troppi anni, le politiche sono state indirizzate a compensare gli svantaggi, pi\u00f9 che a combatterli, a superarli. Strade alternative sono state percorse in singole aree del paese, spesso sotto l\u2019influenza culturale e politica di soggetti che hanno provato ad agire a partire da un livello nazionale, ma che sono stati largamente sottovalutati. Pi\u00f9 di recente, ci\u00f2 \u00e8 avvenuto con la Strategia Nazionale Aree Interne, che \u00e8 arrivata a interessare un sesto del territorio nazionale, ma che anche in questo caso non riesce ad esprimere appieno il proprio potenziale di cambiamento, sottoposta com\u2019\u00e8 al disinteresse \u2013 quando non al contrasto attivo &#8211; della cultura e della politica dominanti.<\/p>\n\n\n\n<p>Se si sapr\u00e0 invertire lo sguardo, si potranno intravedere i modi per ridare alle persone la libert\u00e0 sostanziale di restare o partire, e ai luoghi l\u2019opportunit\u00e0 di essere riabitati. L\u2019Italia marginalizzata,&nbsp; infatti, mentre prova ad emanciparsi dal vincolo di subalternit\u00e0 che per tanto tempo l\u2019ha legata ai \u201ccentri\u201d,&nbsp; produce gi\u00e0 da anni stimoli alternativi, fantasie d\u2019impresa, impegno diffuso di organizzazioni di cittadinanza attiva, che presuppongono modelli di produzione e di socializzazione, stili di vita, rapporti con il proprio corpo, <strong>con la terra<\/strong> e con la natura, riscoperte di tradizioni e culture profonde, immedesimazioni nei luoghi e nel loro significato: in una parola, quello che \u00e8 stato definito come un \u201cnuovo umanesimo\u201d. Non si tratta di un fenomeno specificamente italiano.&nbsp; Anche in altre esperienze caratterizzate da forti diseguaglianze territoriali, in Europa e nel mondo, le aree in sofferenza hanno mostrato e mostrano una insospettata vivacit\u00e0 di reazione. Sono presenti in esse, accanto a soggetti che mostrano una forte resilienza e una capacit\u00e0 di convivere con le difficolt\u00e0 del contesto, altre figure nuove, di innovatori sociali, di soggetti di pi\u00f9 giovane generazione in grado di apportare un contributo positivo e duraturo. Persone dotate di consapevolezza e progettualit\u00e0, spesso capaci di innescare processi di autoorganizzazione. Si tratta in prima istanza di riconoscere queste persone, di dare loro una piena legittimit\u00e0, capacit\u00e0 di voce politica e rappresentanza, cos\u00ec come di appoggiarne e stimolarne l\u2019iniziativa autonoma e responsabile. Si tratta nel contempo di garantire che la loro azione sia sostenuta da condizioni di contesto pi\u00f9 favorevoli: servizi di cittadinanza, reti di connessione e mobilit\u00e0, facilit\u00e0 ed efficienza amministrativa.<\/p>\n\n\n\n<p>Questi fenomeni di rigenerazione che vengono dai margini, queste esperienze di innovazione, questi fattori di nuovo protagonismo, non si presentano allo stato puro; sono spesso vischiosamente nascosti tra le pieghe di un localismo conservatore, edulcorato, di una difesa nostalgica dei tempi andati, del gusto del reperto, della rovina, della recriminazione, del mito dell\u2019autosufficienza. Ma non pu\u00f2 essere il localismo l\u2019orizzonte concettuale da auspicare. Al contrario, l\u2019obiettivo \u00e8 la conquista di strumenti, modalit\u00e0, politiche per mettere in rete le Italie fragili, facendole interagire tra di loro e con il pi\u00f9 generale contesto del paese. N\u00e9 l\u2019obiettivo pu\u00f2 essere quello ingenuo e perdente di rivitalizzare tutti i luoghi purchessia. Si tratta appunto di effettuare una lettura intelligente che fornisca ai soggetti collettivi, allo Stato, al pubblico confronto gli strumenti per valutare le opportunit\u00e0 del futuro e se possibile costruire una nuova visione. Si tratta di disegnare le mappe, di raccogliere i dati sul patrimonio esistente, sulle persone, sulle idee, sulle competenze e sulla forza aggregativa che possano diventare i presidi di un progetto di riconquista delle aree marginalizzate.<\/p>\n\n\n\n<p>*****<\/p>\n\n\n\n<p>Le idee e le pratiche esposte in questo Manifesto sono diventate patrimonio condiviso di un gruppo di ricercatori, studiosi, decisori pubblici ed esperti, riunitosi inizialmente attorno alla progettazione e alla realizzazione del volume <em>Riabitare l\u2019Italia<\/em>, promosso dalla casa editrice Donzelli e curato da Antonio De Rossi. Pubblicato nel dicembre del 2018, il libro ha suscitato attenzione e interesse ben oltre la cerchia dei lettori gi\u00e0 sensibilizzati al tema. Si \u00e8 cos\u00ec deciso di proseguire il cantiere aperto con la realizzazione del volume, svolgendo una serie di incontri seminariali, alla fine dei quali si \u00e8 dato vita alla \u201cAssociazione Riabitare l\u2019Italia\u201d, finalizzata a diffondere, discutere e implementare le idee e gli obiettivi che questo Manifesto riassume. Ci si propone di legare, in una originale formula organizzativa, i soggetti istituzionali, i dipartimenti universitari, i centri di ricerca, le associazioni e i singoli studiosi gi\u00e0 presenti, e quelli che vorranno aderire. <em>Riabitare l\u2019Italia<\/em> si appresta cos\u00ec a contribuire alla battaglia intellettuale e civile per una nuova e pi\u00f9 consapevole autorappresentazione dell\u2019Italia contemporanea, che metta nel giusto valore il significato e il peso di quelle parti del paese che soffrono di particolari difficolt\u00e0, e che al tempo stesso costituiscono inesplorate opportunit\u00e0 di coesione, di solidariet\u00e0, di eguaglianza.&nbsp;<\/p>\n<\/div>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow\" style=\"flex-basis:33.33%\">\n<figure class=\"wp-block-gallery columns-1 is-cropped wp-block-gallery-1 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex\"><ul class=\"blocks-gallery-grid\"><li class=\"blocks-gallery-item\"><figure><a href=\"https:\/\/riabitarelitalia.net\/RIABITARE_LITALIA\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/manifesto-riabitare-1-scaled-1.jpg\"><img fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" width=\"726\" height=\"1024\" src=\"https:\/\/riabitarelitalia.net\/RIABITARE_LITALIA\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/manifesto-riabitare-1-scaled-1-726x1024.jpg\" alt=\"\" data-id=\"1169\" data-full-url=\"https:\/\/riabitarelitalia.net\/RIABITARE_LITALIA\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/manifesto-riabitare-1-scaled-1.jpg\" data-link=\"https:\/\/riabitarelitalia.net\/RIABITARE_LITALIA\/manifesto-riabitare-1-scaled\/\" class=\"wp-image-1169\" srcset=\"https:\/\/riabitarelitalia.net\/RIABITARE_LITALIA\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/manifesto-riabitare-1-scaled-1-726x1024.jpg 726w, https:\/\/riabitarelitalia.net\/RIABITARE_LITALIA\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/manifesto-riabitare-1-scaled-1-213x300.jpg 213w, https:\/\/riabitarelitalia.net\/RIABITARE_LITALIA\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/manifesto-riabitare-1-scaled-1-768x1083.jpg 768w, https:\/\/riabitarelitalia.net\/RIABITARE_LITALIA\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/manifesto-riabitare-1-scaled-1-1089x1536.jpg 1089w, https:\/\/riabitarelitalia.net\/RIABITARE_LITALIA\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/manifesto-riabitare-1-scaled-1-1452x2048.jpg 1452w, https:\/\/riabitarelitalia.net\/RIABITARE_LITALIA\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/manifesto-riabitare-1-scaled-1.jpg 1418w\" sizes=\"(max-width: 726px) 100vw, 726px\" \/><\/a><\/figure><\/li><\/ul><\/figure>\n\n\n\n<div style=\"height:20px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>Questo manifesto \u00e8 stato redatto da<br><br>Filippo Barbera<br>Fabrizio Barca<br>Giovanni Carrosio<br>Domenico Cersosimo<br>Antonio de Rossi<br>Arturo Lanzani<br>Sabrina Lucatelli<br>Laura Mascino<br>Andrea Membretti<br>Pier Luigi Sacco<br>Filippo Tantillo<br>Vito Teti<\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n\n\n\n<p><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Invertire lo sguardo, partire dalle aree marginalizzate Dalla fine del secolo scorso, l\u2019Italia conosce una vera e propria crisi delle sue tradizionali egemonie territoriali: i \u201ccentri\u201d, i luoghi cui in passato era stata attribuita una indiscussa funzione direzionale, non riescono pi\u00f9 a legittimare il loro ruolo trainante per l\u2019intero sistema delle economie, delle relazioni sociali, [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":601,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_acf_changed":false,"footnotes":""},"categories":[28],"tags":[],"class_list":["post-600","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-manifesto_pagina"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v24.5 - 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