LE AREE INTERNE TRA ABBANDONI E RICONQUISTE

UN MANIFESTO PER RIABITARE L’ITALIA

Invertire lo sguardo, partire dalle aree marginalizzate

Dalla fine del secolo scorso, l’Italia conosce una vera e propria crisi delle sue tradizionali egemonie territoriali: i “centri”, i luoghi cui in passato era stata attribuita una indiscussa funzione direzionale, non riescono più a legittimare il loro ruolo trainante per l’intero sistema delle economie, delle relazioni sociali, dei valori simbolici.

Questa crisi ha trovato una conferma drammatica con la pandemia del Covid-19, che ha colpito in modo severo il “cuore” produttivo e sociale del paese, mostrando, in campo sanitario – e non solo – quanto insufficiente fosse la capacità da parte del “centro” di reagire agli shock esogeni. Si è rotto il meccanismo della direzionalità. Sempre più i grandi agglomerati urbani producono benefici solo per i ceti più ricchi che li abitano, sempre meno riescono a creare vantaggi e opportunità fuori dai propri confini, interni ed esterni. Sempre più chi sta fuori si sente svincolato, distante, solo, disconnesso.

La crisi di egemonia è lo specchio di una più generale criticità del modello di sviluppo lineare e “progressivo” di cui si era nutrito il Novecento. Cresce la forbice delle diseguaglianze, che si presentano sempre di più come asimmetrie di opportunità, e sempre più si legano alle disarticolazioni dei territori. E mentre il modello urbano misura le proprie crescenti difficoltà, al di fuori dei centri la condizione di vita peggiora: nelle terre alte, come nei fondovalle della deindustrializzazione; nelle campagne dell’agricoltura intensiva, come nelle aree attraversate dalla consumazione dell’esperienza dei “distretti”; nelle fasce costiere deturpate dal continuum delle seconde case in abbandono, come nelle sempre più vaste e sofferenti periferie metropolitane. È l’Italia dei “vuoti”: del declino demografico, dello spopolamento e dell’abbandono edilizio, della scomparsa o del degrado di servizi pubblici vitali (dalla scuola alla farmacia, dall’ufficio postale al forno, al presidio ospedaliero). Un’Italia diffusa, che è presente a tutte le latitudini e che si interseca, fino talvolta a sovrapporsi, a sconfinare, quasi a convivere, specie nelle periferie urbane, con l’Italia dei “pieni”. Un’Italia che soffre, a diversi livelli e per differenti motivi, di una crisi insediativa e nella quale alla contrazione demografica, che riguarda anche le aree dei centri, si aggiunge un surplus di disagio. E se in alcune realtà urbane e metropolitane il fenomeno è almeno in parte attenuato dai flussi migratori in ingresso, nelle zone dei “vuoti” anche i saldi migratori continuano a mostrare un andamento generalmente negativo, soprattutto nella dorsale appenninica. Un’Italia – infine – che porta sulle sue spalle, spesso tra la generale inconsapevolezza e indifferenza, i destini dell’equilibrio ambientale dell’intero paese: è lì, più che altrove, che si manifestano la fragilità del suolo, gli squilibri climatici, gli scompensi eco-sistemici. Ed è anche da quei luoghi che si deve ripartire, generando nuove economie in grado di puntare sull’utilizzo sostenibile ed equilibrato delle risorse rinnovabili, di fare affidamento sulla circolarità della produzione, e di creare lavoro e benessere proprio attraverso la rigenerazione dei beni ambientali su cui si fondano.

La marginalizzazione dei territori cui stiamo assistendo non era inevitabile. Nel dopoguerra, anche attraverso il conflitto, fattori diversi avevano provato a contrastarla: l’azione e la stessa organizzazione interna di partiti e rappresentanze del lavoro; la consistenza di teorie e pratiche di politica pubblica; la variegata presenza di culture civili ispirate a eguaglianza e sostenibilità; l’impegno “sociale” delle università. Il cambiamento di contesto realizzatosi nell’ultimo quarto di secolo – globalizzazione, tecnologia, equilibri geopolitici, migrazioni – avrebbe richiesto un salto di qualità nell’analisi e nell’azione. E’ avvenuto l’opposto. I partiti, le istituzioni pubbliche, i soggetti collettivi della rappresentanza hanno progressivamente rinunziato a leggere e promuovere il cambiamento, affidandosi piuttosto ai miti dominanti di una società non organizzabile, perché “liquida”, di una superiorità delle politiche avulse dai contesti, “cieche ai luoghi”.  Hanno lasciato il campo alle convenienze dei grandi interessi, delle catene globali del valore. Certo, c’è chi ha continuato a battersi a favore di una valorizzazione delle diversità territoriali e dell’azione pubblica: ma non è stato mai egemone.

Più fattori hanno contribuito a questo vero e proprio cambio di postura verso i territori: la presunzione iper-illuminista che la tecnica possa disegnare regole del gioco, servizi, standard, pensando a una “persona media”, al di fuori di ogni contesto; il convincimento che allo Stato competa correggere i “fallimenti del mercato”, anziché indirizzarlo verso obiettivi strategici; l’illusione di poter far fronte al disagio sociale attraverso meri trasferimenti monetari, piuttosto che rimuoverne le cause. L’affermarsi di questi orientamenti, comune a tutte le aree dell’Occidente travagliate da forti faglie territoriali, è reso ancora più grave, nel nostro paese, dalla presenza di una pubblica amministrazione nel contempo arcaica e trascurata, i cui meccanismi perversi scoraggiano la discrezionalità e mortificano l’impegno di chi vi lavora. Si sono così squilibrati ulteriormente i rapporti di potere, a sfavore dei soggetti più subalterni, dei luoghi più vulnerabili, delle istanze più innovative. Salvo poi a denunciarne la “marginalità”.

A seguito di questi processi, i vecchi modelli dell’autorappresentazione territoriale del paese, che già facevano fatica a funzionare, sono oggi palesemente in affanno. L’idea stessa di “divario”, come rappresentazione polarizzata delle contrapposizioni (tra città e campagna, tra Nord e Sud, tra montagna e pianura) non riesce più a restituire un’immagine realistica del paese, a catturare l’effettiva portata dei disagi e dei conflitti. Eppure, le rappresentazioni dominanti – accademiche, politiche, giornalistiche – continuano ad alimentare immagini semplificate, polarizzanti, dicotomiche: i territori dello sviluppo omogeneamente al Nord e quelli del ritardo altrettanto compattamente al Sud; l’innovazione e il dinamismo sociale negli aggregati metropolitani e la conservazione e l’immobilismo nei borghi minori; le economie esterne e le convenienze imprenditoriali concentrate in pianura e le diseconomie e l’abbandono economico in montagna; i laboratori del futuro in città e le scenografie dell’antico in campagna.

In questo contesto, anche gli sforzi conoscitivi più encomiabili finiscono per essere sopraffatti dalla forza della narrazione dominante. Finiscono con l’essere racchiusi in ambiti specialistici, disciplinarizzati, puntiformi. Non riescono a fare massa critica, a esercitare il loro peso civile. Il tono sciatto e ripetitivo che domina l’autorappresentazione del paese alimenta piuttosto una diffusa pigrizia intellettuale ad indagare, analizzare e rappresentare la complessità della società nazionale. È una pigrizia rafforzata da criteri di valutazione del lavoro scientifico e accademico che orientano i ricercatori verso progetti di ricerca di breve periodo, li spingono a preferire pubblicazioni seriali ossessionate dalla coerenza interna dei modelli analitici piuttosto che dalla capacità di spiegare la realtà e le sue trasformazioni. Come ulteriore conseguenza, questo disconoscimento dei luoghi ha comportato la rinuncia alla produzione e alla condivisione di conoscenze contestuali diffuse, che sono cruciali almeno quanto quelle codificate e globali ai fini di un disegno delle politiche e di una verifica della loro efficacia.

Tanto più stride questa angustia dello sguardo sul paese, quanto maggiori sono le sue varietà. La ricchezza dell’Italia sta nella sua diversità, nel suo policentrismo territoriale, antropologico, sociale e culturale. Geografia, morfologia e sedimentazioni storiche di lungo periodo hanno modellato un paese articolato, differenziato, granulare e rugoso: un caleidoscopio di paesaggi, boschi, climi, economie, tradizioni, dialetti, gastronomie, agricolture, città, istituzioni. Tante Italie, quindi, mescolate in ogni luogo che si riconfigurano dinamicamente, incessantemente. La varietà è la principale fonte della specificità distintiva del paese e, anche, del suo vantaggio competitivo. È anche da lì che si deve ripartire.

Per capire l’Italia d’oggi c’è dunque bisogno di invertire lo sguardo. C’è bisogno di decostruire le immagini stereotipate che distorcono senso comune, consapevolezze collettive, programmi di studio e di ricerca, dibattito pubblico, scelte politiche. Si sente la necessità di cominciare a costruire una nuova rappresentazione d’insieme, più nitida e più fedele, meglio in grado di cogliere le complementarità, i raccordi, le fratture. In primo luogo si deve tornare a guardare da vicino: solo sguardi ravvicinati e di dettaglio possono costituire un punto di partenza che consenta di cogliere appieno le fragilità, e allo stesso tempo sollecitare e sostenere nuove strategie di intervento. Per troppi anni, le politiche pubbliche sono state disattente ai luoghi, ai bisogni, alle risorse e ai soggetti di queste Italie “fragili”, dove non a caso sono cresciuti più che altrove il risentimento, la rabbia, il disprezzo per le élites politiche e tecnocratiche; dove più fortemente si è manifestato l’insorgere e l’affermarsi di pericolose derive autoritarie. Per troppi anni, le politiche sono state indirizzate a compensare gli svantaggi, più che a combatterli, a superarli. Strade alternative sono state percorse in singole aree del paese, spesso sotto l’influenza culturale e politica di soggetti che hanno provato ad agire a partire da un livello nazionale, ma che sono stati largamente sottovalutati. Più di recente, ciò è avvenuto con la Strategia Nazionale Aree Interne, che è arrivata a interessare un sesto del territorio nazionale, ma che anche in questo caso non riesce ad esprimere appieno il proprio potenziale di cambiamento, sottoposta com’è al disinteresse – quando non al contrasto attivo – della cultura e della politica dominanti.

Se si saprà invertire lo sguardo, si potranno intravedere i modi per ridare alle persone la libertà sostanziale di restare o partire, e ai luoghi l’opportunità di essere riabitati. L’Italia marginalizzata,  infatti, mentre prova ad emanciparsi dal vincolo di subalternità che per tanto tempo l’ha legata ai “centri”,  produce già da anni stimoli alternativi, fantasie d’impresa, impegno diffuso di organizzazioni di cittadinanza attiva, che presuppongono modelli di produzione e di socializzazione, stili di vita, rapporti con il proprio corpo, con la terra e con la natura, riscoperte di tradizioni e culture profonde, immedesimazioni nei luoghi e nel loro significato: in una parola, quello che è stato definito come un “nuovo umanesimo”. Non si tratta di un fenomeno specificamente italiano.  Anche in altre esperienze caratterizzate da forti diseguaglianze territoriali, in Europa e nel mondo, le aree in sofferenza hanno mostrato e mostrano una insospettata vivacità di reazione. Sono presenti in esse, accanto a soggetti che mostrano una forte resilienza e una capacità di convivere con le difficoltà del contesto, altre figure nuove, di innovatori sociali, di soggetti di più giovane generazione in grado di apportare un contributo positivo e duraturo. Persone dotate di consapevolezza e progettualità, spesso capaci di innescare processi di autoorganizzazione. Si tratta in prima istanza di riconoscere queste persone, di dare loro una piena legittimità, capacità di voce politica e rappresentanza, così come di appoggiarne e stimolarne l’iniziativa autonoma e responsabile. Si tratta nel contempo di garantire che la loro azione sia sostenuta da condizioni di contesto più favorevoli: servizi di cittadinanza, reti di connessione e mobilità, facilità ed efficienza amministrativa.

Questi fenomeni di rigenerazione che vengono dai margini, queste esperienze di innovazione, questi fattori di nuovo protagonismo, non si presentano allo stato puro; sono spesso vischiosamente nascosti tra le pieghe di un localismo conservatore, edulcorato, di una difesa nostalgica dei tempi andati, del gusto del reperto, della rovina, della recriminazione, del mito dell’autosufficienza. Ma non può essere il localismo l’orizzonte concettuale da auspicare. Al contrario, l’obiettivo è la conquista di strumenti, modalità, politiche per mettere in rete le Italie fragili, facendole interagire tra di loro e con il più generale contesto del paese. Né l’obiettivo può essere quello ingenuo e perdente di rivitalizzare tutti i luoghi purchessia. Si tratta appunto di effettuare una lettura intelligente che fornisca ai soggetti collettivi, allo Stato, al pubblico confronto gli strumenti per valutare le opportunità del futuro e se possibile costruire una nuova visione. Si tratta di disegnare le mappe, di raccogliere i dati sul patrimonio esistente, sulle persone, sulle idee, sulle competenze e sulla forza aggregativa che possano diventare i presidi di un progetto di riconquista delle aree marginalizzate.

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Le idee e le pratiche esposte in questo Manifesto sono diventate patrimonio condiviso di un gruppo di ricercatori, studiosi, decisori pubblici ed esperti, riunitosi inizialmente attorno alla progettazione e alla realizzazione del volume Riabitare l’Italia, promosso dalla casa editrice Donzelli e curato da Antonio De Rossi. Pubblicato nel dicembre del 2018, il libro ha suscitato attenzione e interesse ben oltre la cerchia dei lettori già sensibilizzati al tema. Si è così deciso di proseguire il cantiere aperto con la realizzazione del volume, svolgendo una serie di incontri seminariali, alla fine dei quali si è dato vita alla “Associazione Riabitare l’Italia”, finalizzata a diffondere, discutere e implementare le idee e gli obiettivi che questo Manifesto riassume. Ci si propone di legare, in una originale formula organizzativa, i soggetti istituzionali, i dipartimenti universitari, i centri di ricerca, le associazioni e i singoli studiosi già presenti, e quelli che vorranno aderire. Riabitare l’Italia si appresta così a contribuire alla battaglia intellettuale e civile per una nuova e più consapevole autorappresentazione dell’Italia contemporanea, che metta nel giusto valore il significato e il peso di quelle parti del paese che soffrono di particolari difficoltà, e che al tempo stesso costituiscono inesplorate opportunità di coesione, di solidarietà, di eguaglianza. 

Questo manifesto è stato redatto da

Filippo Barbera
Fabrizio Barca
Giovanni Carrosio
Domenico Cersosimo
Antonio de Rossi
Arturo Lanzani
Sabrina Lucatelli
Laura Mascino
Andrea Membretti
Pier Luigi Sacco
Filippo Tantillo
Vito Teti