LE AREE INTERNE TRA ABBANDONI E RICONQUISTE

Intervista su Il Manifesto ad Andrea Membretti

Serena Tarabini, 25.06.2020

Intervista. Intervista al sociologo Andrea Membretti, che con la rivista Dislivelli si occupa di montagna: «Dopo l’epoca del turismo di massa, si apre una nuova stagione per ripensare le politiche dei luoghi»

Sono considerati territori di montagna quelli che si trovano al di sopra dei 600 metri di altitudine. Da questo punto di vista in Italia rappresentano oltre un terzo del territorio, in Europa il 18 %. Ma le montagne sono molto di più di un’area geografica. Incarnano culture, economie, stili di vita, attitudini. Costruiscono immaginari, ispirano sentimenti, creano ossessioni. Sono potenti, le montagne, ma anche fragili. Una volta erano abitate, poi sono entrate in un binomio paradossale di abbandono e sfruttamento ed ora vi si accendono le spie rosse del cambiamento climatico. L’osservazione e la cura delle terre alte ha un’importanza che va oltre la necessità di conservarle in quanto bene in sé: le montagne, soprattutto in questi ultimi anni, possono rappresentare delle opportunità come luoghi di vita e motori di sviluppo, nel rispetto di quell’equilibrio uomo-natura che la loro intrinseca severità impone.

Ad essersene accorti non sono ancora in tanti. Fra di loro l’associazione Dislivelli, che ha compiuto 10 anni e per l’occasione ha prodotto il numero speciale della omonima rivista disponibile come sempre in digitale con accesso gratuito dal sito dell’associazione www.dislivelli.eu.

Andrea Membretti, sociologo, fa parte di quel gruppo di accademici e giornalisti studiosi di montagna che 10 anni fa decisero di non voler assistere inermi alla perdita di intere comunità, all’abbandono di territori e pratiche e al degrado del patrimonio ambientale.

Andrea Membretti, in questi 10 anni avete studiato e comunicato la montagna soprattutto in relazione a che cosa?

L’Associazione Dislivelli si può dire che nasce in reazione a due dinamiche in controtendenza. Da una parte il fenomeno diffuso dell’abbandono delle montagne, soprattutto nelle alpi occidentali in Piemonte, e in parte in Val d‘Aosta e sulle Alpi liguri: lo scivolamento a valle della popolazione, una perdita di valore delle terre alte dal punto di vista demografico e dei servizi , già osservato anche negli anni precedenti. Ma dall’altra cogliendo anche i segnali di un fenomeno opposto, quello dei nuovi montanari: italiani giovani e meno giovani che sono rimasti o vi si sono trasferiti, ma anche tanti stranieri che in montagna hanno trovato casa e lavoro; numeri piccoli, ma che hanno portato nuove energia, nuove risorse, nuove di idee di fare economia. La rivista Dislivelli ha sempre guardato a chi studia la montagna e a chi la vive. Ha rilevato come un modello di turismo montano molto legato alla fine del novecento, quello sciistico, fatto di seconde case, impianti diffusi e grandi eventi sportivi, ha avuto impatti fortemente negativi: località deturpate, inquinamento, affollamento; una fruizione discutibile che lasciava poche economie sul posto; ma ha anche assistito alla nascita di una montagna in maniera diversa, che diventava luogo di accoglienza: eventi che lasciavano in montagna qualcosa di positivo. Queste due dialettiche si sono interfacciate fin da subito nella nostra analisi.

Quali sono le dinamiche che si sono accentuate e hanno determinato un cambiamento negli ultimi dieci anni?

Sicuramente la dinamica demografica è la più interessante; un’inversione di tendenza rispetto allo spopolamento, presente non ovunque ma in tanti contesti, in buona parte delle Alpi e in un po dipage1image21532608

Appennino, con il correlato dell’immigrazione straniera degli ultimi 5-6 anni, che ha contribuito a tenere aperte scuole, uffici postali, linee di autobus, ecc.; le iniziative virtuose nate attorno all’accoglienza dei richiedenti asilo, che con il nuovo decreto sicurezza rischiano di morire. Secondo fenomeno, quello che è stato un cambio di immaginario nei confronti della montagna, trasformata in qualcosa di attrattivo per ampie fasce di popolazioni che non la vivevano o solo in maniera sporadica. Fenomeni mediatici come quello di Paolo Cognetti con il suo romanzo Le otto montagne e il festival Il richiamo della foresta, a cui anche noi stiamo dando il nostro contributo, hanno a consentito di parlare di montagna in modo diverso, attirando persone anche in zone non turistiche. In questa direzione è andato anche Vado a vivere in montagna, uno sportello che mette in contatto chi vuole creare un progetto di impresa nelle alte terre piemontesi ed enti esperti di microcredito e finanza etica. Un’altra questione è ambientale e legata al fenomeno dei cambiamenti climatici. Da anni, in tempi non sospetti, denunciavamo la fusione dei ghiacciai, l’inutilità delle stazioni sciistiche al di sotto dei duemila metri; ora ci ritroviamo a prevedere delle migrazioni interne, anche temporanee, di persone che via via si sposteranno dalle aree di pianura a quelle montane e pedemontane nei prossimi 30 anni. E poi si sono palesati altri usi possibili della montagna, con l’innalzamento di quota delle colture e il ruolo “terapeutico” dell’ambiente montano: sono tutte nuove opportunità di lavoro e turismo, mentre quello della neve non ha futuro.

Esistono possibilità concrete di ripopolamento che non siano legate esclusivamente al turismo e al consumo? Quali le alternative ai grandi eventi e al turismo di massa?

Questa è la grossa sfida: gli elementi che abbiamo indagato possono dare dei riferimenti. Ad esempio il cambiamento climatico ci dice che di necessità si dovrà fare virtù. A causa del surriscaldamento per alcune fasce di persone, come anziani e bambini, sarà molto difficile vivere in zone come la pianura padana o le città; la montagna può rappresentare in futuro una zona di accoglienza di lungo termine, almeno nei mesi più caldi, si tratta di una diversa economia. Entra in gioco una questione di welfare, perché si tratterà anche di ragionare sui costi correlati al mantenimento di queste persone nelle città. Poi c’è il fenomeno dei giovani che si rivolgono alla montagna alla ricerca di uno stile di vita alternativo a quello consumista proposto dal modello urbano, fatto di rate, usa e getta, viaggi low cost e quant’altro, riavvicinandosi alla terra, all’ambiente, alle comunità locali. Possono essere percepiti come un pò naif, però rappresentano una forza, il nodo di una rete che sta producendo qualcosa di diverso dal turismo. Le attività silvo -pastorali invece, che rappresentano un altro versante produttivo, sono ancora in sofferenza. Si tratta di un settore che nel nostro paese è debole in generale, e per quanto riguarda la montagna non abbiamo un sistema di utilizzo adeguato, mancano le normative che consentano di recuperare le proprietà fondiarie frammentate e dei terreni incolti ed abbandonati. La legge sulle associazioni fondiarie che consente di aggregare dei terreni senza espropriarli per darli per esempio a cooperative e nuovi montanari, c’è solo in Piemonte. La politica si dimentica spesso di inserire nei propri programmi politici le istanze delle terre alte, per via dell’irrisorio numero di voti dei montanari. Una riflessione che abbiamo fatto è come questa marginalità sia collegata alla distribuzione del voto osservata negli ultimi anni. Bisogna riportare l’attenzione sull’importanza di una corretta gestione dei territori montani, questione che al tempo dei cambiamenti climatici e dei reflussi identitari avrà sempre più peso.

Come i cambiamenti climatici, anche il nuovo stato di emergenza provocato dalla pandemia di Covid 19 definisce un quadro nuovo per le aree montane?

La pandemia ci ha imposto per un periodo di restare a casa o comunque in porzioni di territorio limitate: la prospettiva che questo si possa ripetere rende le città luoghi meno desiderabili per vivere. Uno studio pubblicato da una nota società immobiliare evidenzia che nel periodo pre-pandemia circa il 34% delle ricerche di abitazioni a livello nazionale interessavano capoluoghi di provincia, mentre da quando sono in atto le misure restrittive la ricerca si è abbassata di vari punti percentuali a

favore dei piccoli centri. Gli attraversamenti del territorio regolati da norme ipersecuritarie, la mancanza di spazi aperti, di natura fuori della porta di casa, che possa compensare la minore possibilità di viaggiare sono alcuni dei fattori che uniti alla necessità del distanziamento sociale potrebbero spingere le persone a cercare nelle aree meno popolose come quelle montane la giusta distanza. Si apre forse una nuova stagione nelle Alpi per inventare nuove politiche dei luoghi, per immaginare e per sostenere pratiche di ri-territorializzazione, per favorire non l’isolamento dal mondo ma una diversa forma di (inter)connessione, su scala diversa, tra locale e globale, tra città e montagna. Non sappiamo se andrà così, ma sarebbe interessante se in contrasto con la precedente compulsione alla ipermobilità, al nomadismo post moderno avvenisse un passaggio a nuove forma di stanzialità e radicamento locale.

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