LE AREE INTERNE TRA ABBANDONI E RICONQUISTE

Le aree rurali e montane secondo MATILDE: sfide e opportunità in tempi di pandemia

a cura di  Andrea Membretti e Daniele Tonelli – Eurac Research per Riabitare l’Italia

Nell’immaginario collettivo, le aree rurali e montane vengono spesso associate all’idea di purezza, di natura e di sacralità: dei territori, quelli interni, che gli occhi urbani guardano sempre con un certo distacco; che vengono rappresentati come luoghi lontani dalla vita reale e che sembrano destinati a rimanere immobili di fronte agli sviluppi e al progresso delle città contemporanee. Certamente, il calo demografico a cui assistiamo dal secolo scorso e le caratteristiche socioeconomiche delle regioni interne sono fattori che contribuiscono ad alimentare una percezione delle aree remote come luoghi marginali, creati appositamente per spiriti protoromantici. Ma questo non rende certo giustizia alla diversità e alle potenzialità di questi territori.

Il progetto europeo coordinato da EURAC Research e conosciuto con l’acronimo di MATILDE parte proprio da quest’ultimo assunto, ponendosi l’obiettivo di ripensare la montagna e le aree rurali come territori unici e non replicabili per il benessere e la ricchezza del continente europeo. Coinvolgendo 13 regioni, il focus del progetto è quello di diffondere la conoscenza e la consapevolezza delle buone pratiche esistenti nelle aree periferiche d’Europa, in modo tale da costruire, con spirito di condivisione, un continente che sappia beneficiare di questo patrimonio estremamente sottoutilizzato.

©  Paolo Maitre Libertini

In questo contesto, l’immigrazione rappresenta un aspetto fondamentale. Sebbene i “nuovi montanari” occupino ancora un posto statisticamente debole, il fenomeno migratorio sta assumendo qualità non più trascurabili. In territori dove la carenza di manodopera e la fuga dei più giovani rappresentano un fenomeno strutturale da decenni, l’arrivo di nuovi abitanti è una risorsa cruciale. L’immigrazione, soprattutto quella internazionale da Paesi extraeuropei (ma anche intra-UE e interregionale), rappresenta oggi il principale contributo alla stabilità demografica delle regioni emarginate, nonché un fattore centrale per il funzionamento di interi settori delle economie locali. Con una collaborazione che durerà fino alla fine del 2022, gli attori impegnati nel progetto MATILDE vogliono comprendere le dimensioni di questo fenomeno, cercando di capire come l’immigrazione influisca effettivamente sullo sviluppo complessivo di queste regioni.

Tuttavia, la pandemia di Covid-19 sembra aver imposto un cambiamento rilevante del quadro esistente. Di fronte alla prospettiva di dover passare un lungo periodo di tempo in porzioni di territorio delimitate, o comunque dover sempre rispettare un certo tipo di distanza da una folla anonima potenzialmente fonte di rischio, le grandi città non sembrano più essere i luoghi desiderabili per vivere e i territori meno densamente popolati vedono accrescere la propria attrattività. Alla luce di questo nuovo quadro, i ricercatori di MATILDE hanno voluto approfondire l’impatto del Coronavirus nelle regioni periferiche comprese nel progetto, cercando di far emergere peculiarità e similitudini nell’impatto e nella risposta alla pandemia.

Com’era prevedibile, diversi partner regionali hanno sottolineato come l’impatto economico del lockdown abbia colpito soprattutto i settori in cui lavorano le fasce più vulnerabili della popolazione, come turismo, ristorazione, agricoltura o edilizia. Anche se nel lungo periodo questa crisi potrebbe rivelarsi un’opportunità per poter apprezzare la produzione di beni regionali e rafforzare la governance locale, la pandemia ha avuto l’effetto immediato di esacerbare le disuguaglianze interne ai territori montani e rurali.

Proprio nel caso dei migranti, che hanno in primis affrontato tassi di disoccupazione molto più alti rispetto al resto della popolazione, una serie di servizi vengono ora erogati da remoto o in forme ridotte, se non addirittura cancellati. Nonostante la maggior parte delle regioni abbia previsto la diffusione delle principali informazioni sul Covid-19 in diverse lingue, i cittadini di stati terzi hanno incontrato e incontrano tutt’ora difficoltà rilevanti nell’accedere a programmi di aiuto pubblico, abitazioni adeguate o ad un’educazione consona al periodo in cui stiamo vivendo.

© Eurac Research
© Paolo Maitre Libertini

Il caso dell’Italia è senza dubbio emblematico. La pandemia e le difficoltà economiche susseguitesi rischiano di indebolire quei rapporti di fiducia che tanto avevano incoraggiato l’integrazione dei migranti nelle aree remote. La mancanza di una strategia che sappia valorizzare i progetti di inclusione esistenti nelle nostre regioni interne rischia quindi di mettere in discussione tutto ciò che è stato costruito fino ad oggi.

Mai come ora le montagne e le aree rurali italiane ed europee necessitano una narrazione politica responsabile, che riconosca le peculiarità di questi territori e risponda alle necessità dei suoi “nuovi” abitanti. Soltanto in questo modo le sfide imposte dal Coronavirus si possono trasformare in opportunità: facendo sì che le qualità di questi luoghi non vengano godute soltanto da una fetta avvantaggiata (e parziale) della popolazione, ma da tutti coloro che contribuiscono al loro attuale sviluppo.

Riferimenti:

Membretti A. e Barbera F., Alla ricerca della distanza perduta. Rigenerare luoghi, persone e immaginari del riabitare alpino, in ARCHALP, New series n. 04 – 2020, pp. 27-33.

https://www.internazionale.it/opinione/francesco-erbani/2020/08/13/montagna-ritorno-occhi-diversi