PICCOLE E MEDIE CITTA’, CAMPAGNE DI RECENTE URBANIZZAZIONE, FONDIVALLE E DISTRETTI PRODUTTIVI

DISTRETTI INDUSTRIALI

Molta della campagna italiana o meglio di quella centro settentrionale non ha conosciuto dinamiche di esodo paragonabile a quella di altri contesti nazionali, grazie ad un originale sviluppo di industrializzazione diffusa nel territorio – resasi possibile in contesti in cui si erano conservati una struttura insediativa multicentrica e un ambiente sociale connotato dal lavoro mezzadrile, autonomo o dipendente a domicilio e dalla resistenza dell’attività agricola – organizzata attorno a piccole e medie imprese quasi sempre tra loro integrate entro distretti industriali. Questi territori sono stati e rimangono i punti forti della economia manifatturiera del made in Italy italiano, assieme al turismo e all’agro-alimentare di qualità. Essi sono d’altra parte uno dei motori di una originale forma di urbanizzazione diffusa e periurbana, dove città medie, vecchi borghi ed edifici rurali sono frammisti e inglobati in urbanizzazioni lineari e reticolari distese nel territorio, con tessuti misti produttivi e residenziali, isole residenziali aree produttive, strade-mercato, nodi commerciali e di servizio, piattaforme logistiche. Una urbanizzazione mai guidata e per questo (non tanto per la sua natura diramata), spesso con effetti ecologici e paesistici negativi.

Sfide
  •  Innovare e ri-radicare l’economia manifatturiera. Alcuni distretti sono andati in crisi e hanno conosciuto un drastica riduzione della produzione e del fatturato; altri sono rimasti dinamici, ma al tessuto delle medie piccole e medie imprese si sono sostituite una o piùmedie imprese globalizzate, che hanno perso gli storici intrecci con le imprese locali. Si impone la promozione di una nuova formazione a sostegno dell’innovazione sociale produttiva e la definizione di nuove forme di integrazione tra imprese vincenti e società locale.
  • Frenare il degrado ambientale e promuovere la rigenerazione ecologica. In molti di questi territori lo sviluppo economico e urbanistico ha implicato un forte degrado ambientale: consumo di suolo, frammentazione di spazi aperti, moltiplicazione dei siti inquinati, inquinamento dell’aria e dell’acqua e modelli di mobilità insostenibili.
  • Promuovere la riorganizzazione insediativa e mettere in valore il patrimonio costruito esistente. Alcuni di questi territori stanno presentando tracce ed elementi di contrazione demografica. Molte nuove urbanizzazioni sono rimaste interrotte.. Bloccare una espansione dell’urbanizzato dissipativa e promuovere il riciclo di questi manufatti e a volte la loro demolizione ai fini di una riorganizzazione insediativa e paesistica con interventi sulle infrastrutture di mobilità pubblica e dolce e sulle infrastrutture ambientali (reti verdi) è una delle sfide centrali di questo territorio
  •  Frenare il risentimento e promuovere la costruzione di visioni di futuro Questi territori soffrono poi dinamiche di contrazione negli orizzonti strategici, diffusa incapacità di progettare il futuro, sfiducia istituzionale e segni di risentimento che spesso si traducono nel sostegno a forze nativiste e identitarie.
Storie
Valle di Non

La Valle di Non è situata nella parte nord occidentale della provincia autonoma di Trento. Oggi la Valle di Non presenta un paesaggio costruito, dove su gran parte della superficie fino ai 1.000 metri di altitudine si estendono i meleti – lunghi filari di piante sostenute da pali di cemento coperte spesso dai teli antigrandine dal colore verde o bianco, magazzini e capannoni per la raccolta e lo stoccaggio della frutta, acquedotti – che hanno preso il posto del paesaggio tradizionale di un secolo fa, quando c’erano la vite, il gelso, l’abbinamento prato-frutteto, l’allevamento del bestiame, i cereali, le erbe officinali e una varietà di alberi da frutto diversi (ciliegio, pero, pesco, etc.). 

Nell’800 l’agricoltura in Val di Non e nelle altre valli del Trentino era praticata per il fabbisogno familiare e quasi non c’era traccia dei meleti. Il boom della mela si colloca fra gli anni ’50 e gli anni ’70 del 900. Negli anni 2000 la produzione annuale di mele in Trentino raggiunge i 4,5 milioni annui e in Val di Non si concentra quasi il 70% degli ettari coltivati a meleto della provincia di Trento. L’agricoltura nella Valle fa riferimento a un modello su scala industriale e di mercato.  

Diversi sono i fattori che hanno favorito questo sviluppo: l’andamento del mercato, l’affermazione delle strutture cooperative, la diffusione dei sistemi di irrigazione, la meccanizzazione, l’assistenza tecnica garantita ai coltivatori prima dall’Esat (Ente di sviluppo per l’agricoltura trentina) poi dall’Istituto agrario di San Michele all’Adige, le politiche di incentivazione. Con lo sviluppo del comparto si diffonde anche l’uso degli agrofarmaci. L’utilizzo intensivo di pesticidi e fitofarmaci protegge le piante e dà continuità alle produzioni ma ha un impatto negativo sulla biodiversità e può nuocere alla salute degli operatori agricoli e della popolazione. 

In risposta alle criticità sul fronte ambientale connesse allo sviluppo agricolo intensivo la sfida qui è il riequilibrio ambientale a tutela della salute e della biodiversità. 

Il Distretto di Biella

Città media con poco meno di 44.000 abitanti, in calo demografico dai primi anni ’90, Biella è un caso emblematico di dinamiche di contrazione multipla: economica, demografica, istituzionale e immobiliare. Considerando l’intera provincia, il Biellese nel 2018 ha perso abitanti 175.720 e 17.763 aziende pur mantenendo un rapporto di impresa/abitanti di uno a 10, fra i più alti d’Italia. Fino agli anni ’80, tra i principali distretti tessili italiani e città media con patrimoni ingenti, una banca privata (Banca Sella), qualità della vita e consumi affluenti, Biella ha sofferto in modo drammatico la crisi del tessile e la concorrenza globale. Oggi è la Provincia italiana con il prezzo al metro quadro per immobili più basso d’Italia e fatica a ritrovare una vocazione strategica, capace di ridare orizzonte all’economia locale.Il distretto della sedia viene anche chiamato Triangolo della sedia, con riferimento alla comunità produttiva originariamente specializzata nella produzione della sedia impagliata e stanziata nei tre comuni di Corno di Rosazzo, Manzano e San Giovanni al Natisone (provincia di Udine). I comuni si trovano sulla sponda del fiume Natisone, sulle prime alture del Friuli orientale. Manzano è considerato l’epicentro del distretto: lo testimoniava una grande sedia collocata al centro della rotonda di ingresso al territorio comunale. Oggi il distretto ha esteso i suoi confini produttivi a 12 comuni: Manzano è in forte contrazione demografica a vantaggio di una dispersione della popolazione nell’ambito distrettuale più ampio. Le tante crisi del distretto e le tante trasformazioni produttive hanno indotto una dinamica urbanistica disorganizzata, con proliferazione di abitati sparsi al di fuori dei centri urbani e una continua re-infrastrutturazione del territorio. La crisi del 2008, dopo la quale il distretto si è fortemente ridimensionato, ha dato il via alla terziarizzazione dell’economia, con la diffusione di grandi centri commerciali nella zona, che hanno messo in crisi il commercio nei centri urbani e indotto una forte mobilità privata.

Il Distretto di Manzano
© Giovanni Carrosio

Il distretto della sedia viene anche chiamato Triangolo della sedia, con riferimento alla comunità produttiva originariamente specializzata nella produzione della sedia impagliata e stanziata nei tre comuni di Corno di Rosazzo, Manzano e San Giovanni al Natisone (provincia di Udine). I comuni si trovano sulla sponda del fiume Natisone, sulle prime alture del Friuli orientale. Manzano è considerato l’epicentro del distretto: lo testimoniava una grande sedia collocata al centro della rotonda di ingresso al territorio comunale. Oggi il distretto ha esteso i suoi confini produttivi a 12 comuni: Manzano è in forte contrazione demografica a vantaggio di una dispersione della popolazione nell’ambito distrettuale più ampio. Le tante crisi del distretto e le tante trasformazioni produttive hanno indotto una dinamica urbanistica disorganizzata, con proliferazione di abitati sparsi al di fuori dei centri urbani e una continua re-infrastrutturazione del territorio. La crisi del 2008, dopo la quale il distretto si è fortemente ridimensionato, ha dato il via alla terziarizzazione dell’economia, con la diffusione di grandi centri commerciali nella zona, che hanno messo in crisi il commercio nei centri urbani e indotto una forte mobilità privata.

Link a banche dati di interesse

https://www.tagliacarne.it/

http://www.bi.camcom.gov.it/HomePage/

https://ugeo.urbistat.com/AdminStat/it/it/demografia/dati-sintesi/biella/96/3

©  Giulia Valeria Sonzogno

FONDIVALLE

Il nostro paese ha conosciuto tre grandi movimenti di popolazione: dalle campagne alle città, dalle aree interne dell’Italia peninsulare alle coste e dalle terre alte (dalla montagna) alla pianura e ai fondivalle. Molti fondivalle nell’arco alpino, ma anche nell’appennino padano negli assi perpendicolari alla costa dell’Adriatico e in generale in tutta l’Italia centro-meridionale hanno conosciuto dinamiche di forte urbanizzazione. Nel fondovalle si sono localizzate la quasi totalità delle attività manifatturiere: alcuni distretti industriali nel centro-nord, imprese attratte dagli incentivi fiscali per i comuni depressi o di promozione pubblica prevalentemente nel centro-sud. Sono spesso aree di agricoltura intensiva e in cui l’urbanizzazione si innesta su assetti idrogeologici instabili. Vi hanno preso forma molti nuovi tessuti residenziali per chi non ha scelto di mantenere la residenza nel borgo di montagna e/o non ha potuto gestire i tempi e i costi di un pendolarismo (casa-lavoro, casa-servizio) tra il centro alto e il fondovalle. Molti di essi hanno perso, nell’ultimo ventennio, capacità attrattiva. Lo possiamo osservare soprattutto nelle valli pedemontane alpine piemontesi (ad esempio in quelle del biellese) e in parte anche in quelle lombarde (recentemente devastate dal Covid 19), più recentemente del centro sud (ad esempio nelle Marche nella valle del Tronto, ma anche più a sud nella valle del Sele o del Potenza).

Principali sfide

I fondvalle diventano territori tristi: le speranze di rigenerazione si spostano o nella più grande città di pianura, o in una terra alta ripensata alla luce di nuove modalità di vita e lavoro. Al più, essi offrono le proprie case meno mantenute e sulle strade più trafficate e rumorose a quote di popolazione immigrata che pendola per il lavoro verso il pedemonte o si attrezza a occupare qualche lavoro abbandonato dai residenti.

  • il recupero delle aree industriali dismesse. A differenza che nelle aree dismesse urbane più dinamiche qui non ci sono le condizioni per programmi di ristrutturazione urbanistica legati alla promozione di nuova offerta residenziale, commerciale e terziari.  A seconda dei casi è necessario promuovere la rinaturalizzazione di alcune di queste aree con l’eventuale mantenimento di alcuni landmark ed elementi di archeologia industriale, attraverso il riuso di alcuni impianti come spazi di nuove forme di lavoro manifatturiero, artigianale creativo;
  • il mantenimento e il rinnovo del sistema di servizi offerti alla popolazione di più ampi bacini. Non pochi servizi e attrezzature pubbliche negli ultimi venti anni sono stati fortemente ricentralizzati in poche sedi di pianura Ripensare e rinnovare l’articolazione territoriale dei servizi scolastici, sanitari e sociali è una delle sfide centrali per queste valli;
  •  la valorizzazione e il riequilibrio ambientale degli elementi naturali spesso minacciati dallo sviluppo quantitativo del secondo dopoguerra: in primo luogo va matenuto e ricreato il bacino fluviale con il sistema delle aree di esondazione e di fasce boschive;
  • un nuovo modello di integrazione con le terre alte di alta collina e di montagna e con le città di pianura con rinnovate politiche dei trasporti (recupero ferrovie minori, tranvie, ecc  e loro integrazione con servizi integrati postali-di trasporto scolastico e di trasporto locale).

© Agim Kërçuku

Storie
Valle del Tronto

La valle del Tronto è un territorio che si estende lungo il tracciato del fiume omonimo: i Monti della Laga a ovest, il Mare Adriatico ad est, i monti Sibillini sul versante nord, mentre a sud vi sono la Montagna dei Fiumi e la Montagna di Campli. Durante la seconda metà del Novecento il volto agricolo della valle è stato eroso dall’intensificarsi di dure piastre industriali, gli avamposti più settentrionali delle politiche pubbliche della Cassa del Mezzogiorno. La valle appare oggi contesa tra grandi partizioni agricole, industriali e residenziali sulle quali l’infrastruttura traccia solchi profondi. In questo territorio la quotidianità è legata al tema del tragitto, dove ogni bisogno obbliga a colmare qualsiasi distanza attraverso l’automobile. La crisi occupazionale, che rappresenta l’ultima di una serie di crisi che hanno colpito la valle negli ultimi trent’anni, si pone come la prima vera traccia di una recente contrazione demografica. Il profilo demografico, infatti, si è caratterizzo da una trasfusione di popolazioni che della valle si sono spostate verso il mare; tale processo ha costantemente drenato non solo le popolazioni, ma anche le materie prime e i capitali dei paesi dell’entroterra. Oggi la valle presenta un paesaggio caratterizzato dalle sagome di capannoni e edifici abbandonati, mura di cinta, cancelli chiusi e grandi superficie pavimentate vuote che creano un arcipelago inconsistente.Mappe

MAPPE