LE AREE INTERNE TRA ABBANDONI E RICONQUISTE

Territori da vivere. Quale turismo nelle aree interne?

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di Rossano Pazzagli

La storia del turismo

Osservato in una prospettiva storica, il vasto fenomeno economico e sociale che noi chiamiamo “turismo” poggia su tre pilastri principali, che rappresentano altrettante esperienze di maturazione del settore e del suo indotto: i pellegrinaggi medievali, il grand tour (o viaggio culturale) dell’età moderna, le terme e la balneazione. La religione, il sapere e l’acqua a scopo salutistico sono state dunque le spinte originarie. Da queste forme prototuristiche derivano sostanzialmente gli altri turismi dell’età contemporanea: marino, montano, culturale, religioso, ambientale, ecc. [1].

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Turismo nei paesi delle aree interne (da Economia della bellezza)

Il turismo nella sua forma più matura è un prodotto dell’età moderna, che nasce tra XVII e XIX secolo, acquistando gradualmente le caratteristiche che oggi gli riconosciamo: organizzazione dei luoghi, accoglienza e ospitalità, promozione, connessione con la disponibilità di reddito e tempo libero, rilevanza dei trasporti e delle comunicazioni. In larga parte possiamo dire che esso è figlio dell’industrializzazione, nel senso che è soprattutto grazie alla rivoluzione industriale che si determinarono le condizioni per una estensione della pratica turistica dalle élite a stati sempre più ampi di popolazione; da privilegio di pochi, le vacanze e i viaggi a scopo di piacere divennero così un’esperienza di molti.

La stessa parola “turismo” non esisteva prima del XVII secolo. Essa compare verso la fine del ‘600, in piena età barocca, per poi diffondersi nel corso del ‘700 abbinata essenzialmente al concetto di grand tour, cioè il lungo viaggio in Francia e in Italia che i rampolli della nobiltà e dell’alta borghesia inglese ed europea effettuavano per completare la loro formazione. Ma ciò non significa – come abbiamo detto – che prima di allora non esistessero pratiche e comportamenti assimilabili al fenomeno turistico e che possiamo sicuramente considerare come forme di prototurismo. Questo appare evidente se consideriamo che oggi, secondo la definizione dell’UNWTO (United Nations World Tourism Organization), il turismo è l’azione svolta da coloro che viaggiano e visitano luoghi a scopo di svago, riposo, conoscenza e istruzione; di conseguenza il turista è una persona che si allontana di una certa distanza e per un certo periodo (grosso modo: da almeno una notte a non più di un anno) dal luogo di residenza abituale per scopi diversi dall’esercizio di ogni attività remunerata all’interno della località visitata [2].

Il turismo significa spostamento, mobilità, soggiorno, andata e ritorno. Ma quella tra viaggio e turismo non è un’equazione perfetta. Il viaggio è vecchio quanto la storia dell’uomo sulla terra, ma solo quando esso è mosso da ragioni diverse da uno stato di necessità (come la ricerca del cibo, il lavoro, la sicurezza, ecc.) o da un preciso status istituzionale o professionale (diplomatici, militari, mercanti…), allora si può parlare di turismo, o di prototurismo se ci riferisce alle epoche più remote.

Nel corso del tempo il turismo ha assunto molteplici forme, ciascuna sorretta da motivazioni diverse: dal desiderio di conoscere a quello di divertirsi, dalla testimonianza della fede religiosa al bisogno di curare la salute. Esso ha dovuto confrontarsi con problemi economici, sociali e ambientali, ma è stato anche un potente strumento culturale, fino a diventare un settore trainante dell’economia in molti Paesi del mondo, generando speranze e preoccupazioni con le quali dobbiamo fare i conti nell’epoca attuale.

Con l’industrializzazione vennero ampliandosi le possibilità di viaggiare, legata alle mutate condizioni di reddito e alla disponibilità di tempo libero. Il primato inglese nell’origine del turismo moderno (da quello culturale a quello balneare) conferma in modo inequivocabile l’esistenza di un nesso abbastanza stretto tra industria e turismo, nel senso che sono stati i Paesi in cui si era sviluppato un significativo settore industriale a conoscere per primi l’organizzazione di funzioni e servizi collegati ai viaggi e alle vacanze. Anche in Italia lo sviluppo delle prime organizzazione turistiche e l’affermazione del turismo di massa hanno coinciso sostanzialmente con le due grandi onde dell’industrializzazione nazionale: quella dell’età giolittiana a cavallo tra ‘800 e ‘900 e quella del boom economico successivo alla metà del secolo XX [3].

 Dal turismo di massa al turismo dell’esperienza

Dopo la fase prototuristica e quella del turismo moderno, si sono venuti affermando nel corso del ‘900 il turismo di massa e il turismo globale, con la concentrazione dei flussi in mete privilegiate e la sua specializzazione settoriale [4]. L’approccio massificato e globale ha semplificato e marginalizzato le realtà locali: così, mentre sono enormemente cresciute le possibilità di spostamento e di viaggio, i territori come i cittadini si sono ritrovati per molti aspetti lontani dai centri di potere e dalle sedi delle decisioni che pure li riguardano, spinti ai margini del processo di sviluppo dominante. Ciò è stato un danno molto grande per un Paese come l’Italia, caratterizzato da una grande varietà di situazioni regionali e locali, la cui identità è costituita per un tratto essenziale proprio dalla presenza diffusa di un patrimonio culturale, prodotto del passato, solo in parte conservato nelle grandi città e nei musei e che è possibile incontrare nelle piccole città e nelle campagne.

Si è fatto tuttavia strada, negli ultimi decenni un turismo meno polarizzato, basato sulla differenziazione e la personalizzazione, che è stato chiamato postmoderno. Questa nuova fase è “segnata dalla riscoperta del territorio” e da nuove generazioni di turisti, dal gastronauta all’escursionista, che è venuta concretizzandosi specialmente dagli anni ‘80 con il diffondersi di parchi letterari, strade del vino e del gusto, sentieri benessere e della natura e con le sempre più numerose proposte delle associazioni enogastronomiche [5]. È quello che potrebbe essere definito come il nature-based tourism richiamato recentemente da Alessandro Simonicca su questa rivista [6]. Il reticolo dei borghi, le zone rurali, i sentieri, i tratturi sono così venuti configurandosi nell’insieme come lo spazio ideale per un turismo sostenibile al quale si sono date numerose definizioni: lento, responsabile, consapevole, esperienziale. In questa ottica anche le tradizioni e i modi di vita sono divenuti elementi attrattivi, insieme a tutte le altre risorse, nella cornice della risorsa apicale costituita dal paesaggio.

Collegando la storia, la cultura e la società, emerge in particolare per le aree interne, una gamma di luoghi e situazioni nelle quali è possibile beneficiare di uno heritage inteso come patrimonio territoriale (culturale e ambientale), che comprende una commistione di elementi tangibili o intangibili: edifici e monumenti storici, siti produttivi, paesaggi tradizionali, ecosistemi, eventi, pratiche popolari e stili di vita. Occorre dunque promuovere la conoscenza e la coscienza di questo patrimonio e della sua importanza come risorsa esclusiva e non riproducibile, collegato alla pratica dell’edutainment (education and entertainment) o turismo culturale [7] e che l’Unesco ha sancito a partire dagli anni ‘70, definendo ufficialmente il “bene culturale” e includendo nel patrimonio culturale anche luoghi e siti di particolare interesse legati alla vita economica e sociale [8].

Su tali basi è necessaria una riflessione sul turismo, su quali forme privilegiare e su quali segmenti della ricettività insistere al fine di promuovere un turismo a misura d’uomo, che eviti il consumo irreversibile delle risorse e favorisca l’incontro con l’ambiente e la vita locale. Azioni come l’integrazione settoriale, l’allungamento della stagione, un mercato del lavoro più qualificato e meno precario e l’accoglienza del turista in un ambiente di qualità, sperimentando su scala locale la formula del learning and pleasure che rappresenta lo spirito originario nella storia del turismo, divengono in questa ottica strategia di base per una ricollocazione del turismo entro gli orizzonti della sostenibilità.

Il turismo sostenibile, definito nella Carta di Lanzarote fin dal 1995, ripropone gli stessi principi del più generale sviluppo sostenibile, cioè quelli riconosciuti nel Rapporto Bruntland del 1987: uno sviluppo in grado di soddisfare le necessità delle generazioni presenti senza compromettere la possibilità per le generazioni future di soddisfare le loro, fondato sul rispetto della triade economia-società-ecologia e su un uso delle risorse in maniera compatibile con le esigenze della loro salvaguardia [9].

Nel turismo le risorse sono innanzitutto il patrimonio naturale e quello culturale, dei quali il paesaggio sintetizza in sommo grado il valore, frutto del processo storico basato sull’incontro complesso e incessante tra uomo e natura, dove entrambi gli elementi sono da considerare finalmente soggetti attivi e non l’uno dominante sull’altra. Si tratta di una prospettiva che necessita quindi di politiche coordinate di conoscenza, tutela e valorizzazione del patrimonio, rispettando l’ordine consequenziale dei termini ed evitando improvvide quanto frequenti valorizzazioni senza tutela o tutele senza conoscenza. Ciò implica un consistente ripensamento e riorganizzazione dell’offerta turistica. Ma richiede anche di interrogarci sulla domanda, in particolare sul mutamento della domanda turistica. La fase che stiamo attraversando sta conoscendo un tendenziale passaggio dal turismo di massa al turismo dell’esperienza, cioè ad un approccio con le realtà visitate più attento alla qualità della vita, ai comportamenti, alle tradizioni, alle diversità ambientali e culturali, alle specifiche identità nelle quali immergersi per qualche giorno o per qualche settimana. Si tratta di un mutamento che può ridare valore e attrattività a tutte quelle realtà – regioni o territori locali – ingiustamente marginalizzate dallo sviluppo del turismo di massa, dalla industrializzazione e dalla eccessiva specializzazione del settore turistico.

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Trivento, uno dei comuni dove si è svolta l’indagine (ph. Rossano Pazzagli)

Patrimonio territoriale e turismo nelle terre dell’oblìo

Le aree interne non sono un’espressione geografica, ma una condizione esistenziale del territorio, ovunque si trovi. Sono tutte quelle zone, a cominciare dalla montagna, ma non solo, trascurate, dimenticate e marginalizzate dal processo di sviluppo dell’età contemporanea. Terre rese invisibili da una modernizzazione stanca, campagne e paesi vittime dell’abbandono e dello spopolamento, un’Italia pulita e senza voce in cerca d’un riscatto, necessario non solo per risollevare la condizione delle zone interessate, ma utile anche in senso più generale per indicare nuove strade di fronte alla crisi strutturale del modello di sviluppo novecentesco, che ha finito per concentrare la popolazione e l’economia nelle città e lungo le coste, trascurando i territori rurali e montani, le diffuse colline e le valli interne [10]. Il turismo sostenibile, diverso dai cliché monoculturali del turismo di massa, può essere una delle gambe della rinascita territoriale di una parte vasta del Bel Paese.

Prendiamo l’esempio della porzione di territorio compresa tra i fiumi Trigno e Biferno, in Molise, lontana dai flussi turistici massificati delle città d’arte e delle destinazioni conclamate dei litorali o delle rinomate località montane. Il Molise è una piccola regione dell’Italia del Sud-Est, un’area mediterranea, ponte tra occidente ed oriente, una cerniera tra nord e sud: le “terre dell’oblìo”, come in certi momenti della storia sono state chiamate [11], e come si è sostanzialmente continuato a pensare nell’Italia contemporanea. Una terra dove lo sviluppo è arrivato poco e a balzi, con un’identità debole e difficile da definire; un’area soggetta a spopolamento e svuotamento e che quindi rende necessario aprire le porte a nuovi percorsi di conoscenza e di governance per reagire ai processi di marginalizzazione e stimolare fenomeni di rinascita territoriale.

Su quest’area un’equipe di studiosi, prevalentemente geografi coordinati da Monica Meini, ha effettuato una analisi e una valutazione del potenziale turistico, raccogliendo in un volume i risultati della ricerca [12]. Si tratta di un’esperienza che mostra un fruttuoso incontro tra Università e territorio, tra la ricerca esperta e le comunità locali, in una logica di integrazione tra lavoro scientifico e impegno civile, con l’obiettivo di definire le linee programmatiche per lo sviluppo turistico del territorio secondo modalità partecipative e place based. Un lavoro che, per queste caratteristiche, assume un valore paradigmatico, sia sul piano metodologico che su quello dei contenuti, per tante altre aree del territorio italiano.

Questo progetto aveva come obiettivo lo studio, la tutela e la valorizzazione del patrimonio territoriale, con l’individuazione di percorsi di sviluppo locale incentrati sulla fruibilità turistica del territorio, tramite attività di ricerca, disseminazione e costruzione di un processo partecipativo per la valorizzazione turistica del territorio.

La definizione delle basi strategiche per uno sviluppo turistico deve partire da una conoscenza del patrimonio territoriale e dalla sua trasformazione in buone pratiche per la realizzazione di un’offerta integrata e per una partecipazione attiva della popolazione locale. Il primo obiettivo raggiunto dalla ricerca è stato proprio questo: far emergere la ricchezza e le potenzialità di territori resi marginali, con l’individuazione di un set di risorse significativo (in tal caso costituito da ben 500 elementi di interesse, suddivisi in 22 categorie) utilizzabili ai fini del turismo sostenibile. Ne è risultata una preponderanza dell’enogastronomia, ma con una forte incidenza anche del patrimonio paesaggistico, architettonico e demoetnoantropologico. Si tratta di un patrimonio diffuso, radicato in un’area per sua natura policentrica, con deboli dotazioni infrastrutturali di tipo moderno, afflitta da un pluridecennale declino demografico.

Come fare a mettere in valore questo insieme di risorse in un contesto con tali caratteristiche? Il coinvolgimento delle comunità e il rafforzamento della governance territoriale, finalizzato in primo luogo allo sviluppo di una economia endogena e non eterodiretta, con la conseguente affermazione di una coscienza di luogo, appaiono le prime risposte che consentono, tra l’altro, di far riemergere un capitale umano che sembrava ormai spento, sopito o disperso.

Un Molise che esiste dunque, come esistono le migliaia di borghi e contrade italiane che dalle Alpi alla Sicilia hanno conosciuto l’abbandono, un’Italia dei margini che deve tornare al centro dell’attenzione, un paesaggio fragile da recuperare e reinterpretare. La ricerca mostra che in questi luoghi il patrimonio territoriale c’è, che si può conoscere e misurare, anche se quasi sempre pesa l’assenza di una visione strategica e non mancano i rischi di colonizzazione culturale. Accanto al patrimonio territoriale, costituito dall’insieme delle strutture di lunga durata prodotte dalla coevoluzione fra ambiente naturale e insediamenti umani, di cui è riconosciuto il valore per le generazioni presenti e future [13], è rimasta sovente un’identità o più genericamente un senso di appartenenza ai luoghi (a volte anche di orgoglio), ma quasi sempre condito purtroppo dalla sfiducia e dalla rassegnazione. Ecco perché la metodologia della ricerca-azione diventa particolarmente idonea ad incidere sui processi di inversione di rotta, ad aiutare le comunità locali a ritrovare sé stesse e, dove necessario, a rigenerarsi, a comprendere che è il tempo delle specificità, non dell’omologazione.

Dal punto di vista più strettamente turistico, occorre guardare alla sostenibilità dei flussi, più che al loro trend quantitativo. Quello a cui puntare deve essere un turismo diffuso, lento, destagionalizzato, di tipo esperienziale, rispettoso delle peculiarità locali e delle relazioni tra comunità e paesaggio, basato prima di tutto su una coerente integrazione della pluralità di risorse presenti. Il territorio molisano, non toccato dai grandi flussi turistici di massa e dalle infrastrutture che altrove hanno stravolto l’ambiente e ferito il paesaggio, ha in linea generale conservato ciò che oggi è indispensabile per attivare in concreto “un turismo sostenibile di qualità”. Però occorrono consapevolezza, riconoscimento delle risorse locali e politiche di sistema, valorizzazione delle specificità e delle differenze. Solo così sarà possibile trovare elementi caratterizzanti, tratti forti utili anche per comunicare il territorio, per attivare una coerente narrazione di quello che c’è, uno story-telling che diventa place-telling, cioè racconto dei luoghi; proprio ciò che sul piano antropologico Simonicca ha sintetizzato nell’espressione “identità narrativa dei luoghi” [14]. Come osserva Monica Meini, per creare attrattività, gli elementi territoriali naturalmente presenti devono essere accompagnati da significati che derivano dal processo di territorializzazione, mediante il quale una società organizza e gestisce un territorio imprimendovi valori che lo trasformano in un nuovo ecosistema utile ai propri fini in base ad un progetto [15].

Lo sviluppo del turismo non può essere separato dalla promozione della qualità della vita delle comunità insediate. Solo così le “terre incognite” potranno tornare ad essere visibili, una visibilità culturale e sociale, prima ancora che turistica. I temi dell’identità, dell’attrazione, dell’accessibilità e della comunicazione diventano quindi essenziali per definire una strategia che deve svilupparsi attorno a due assi principali: il territorio e il sapere. La necessità di combinare saperi esperti e saperi contestuali, capitale economico, sociale e territoriale, la guida di oculate amministrazioni locali, che sappiano operare con autonomia ma in una cornice di cooperazione istituzionale, e la partecipazione attiva degli abitanti risultano gli strumenti primari per trasformare una situazione di marginalità e di abbandono in occasione di sviluppo sostenibile che punta sulle risorse endogene. Questa prospettiva richiede una forma di governance orizzontale e partecipata, che punti alla valorizzazione delle risorse patrimoniali (dai prodotti ai monumenti, dalla natura al paesaggio, dalle feste alle tradizioni), contrastando l’abbandono o la dismissione degli edifici pubblici, la perdita di terreni agricoli, l’indebolimento delle relazioni sociali e dei valori culturali, la rarefazione delle forme produttive e la semplificazione del paesaggio. Il ritorno al territorio non è un salto all’indietro, ma un laboratorio di futuro nel quale sperimentare nuove economie e un turismo diverso: non il turismo di massa (quello che si misura con l’entità dei flussi degli arrivi e delle presenze), ma quello dell’esperienza o della saggezza, che guarda alla qualità e alla sostenibilità in una logica di partecipazione sociale e di integrazione territoriale.

Il Molise dei paesi e dei tratturi

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Civitacampomarano (ph. Rossano Pazzagli)

«Attirare i turisti è un desiderio del Molise. È un desiderio che riscuote il consenso, perché il Molise è tra le plaghe più segrete, profonde e meno conosciute del nostro Paese» [16]. Sembrano parole di oggi, invece le pronunciò Guido Piovene alla metà degli anni ‘50 del ‘900, durante il suo Viaggio in Italia, un reportage realizzato per la RAI, trasmesso alla radio tra il 1953 e il 1956 e diventato poi un libro ancora utile per capire le risorse, i guai, i vizi, i nodi di quell’Italia stretta tra la ricostruzione e il boom economico, tra lo sviluppo di alcuni poli urbani e l’abbandono di tanti territori del Sud e dell’Italia interna. Problemi che ritroviamo in buona parte ancora irrisolti nella nostra epoca convulsa e tormentata, densa di squilibri territoriali che inevitabilmente si traducono anche in disuguaglianze sociali.

Con quella frase sul turismo si apre il capitolo che Piovene dedicò al Molise quasi 70 anni fa. Piovene era un veneto, giornalista e scrittore; tendeva a guardare il sud con gli occhi del nord e aveva il pallino dei paragoni. In un celebre passo egli paragonò il Molise alla Scozia e all’Irlanda, mentre i monti della Calabria gli sembravano i paesaggi trentini e addirittura della Scandinavia, come se ai suoi occhi l’estremo Nord riaffiorasse sulla punta meridionale della penisola italiana. In Molise Piovene ebbe l’impressione di trovarsi immerso nello sfondo di un dramma shakespeariano. Lui pensava al Macbeth, a noi forse viene in mente anche il dilemma amletico, verso cui ci ha spinto in questi anni il tormentone dell’esistere o non esistere, che in una ormai celebre scritta su un muro di Civitacampomarano fa rima con resistere. Il Molise è uno sfondo ideale per i piedi e per gli occhi, un territorio da camminare e ammirare, una piccola regione dai vasti orizzonti che spingono a pensare alla linea lunga del tempo.

Questo richiamo a Piovene fa un certo effetto oggi, in tempi in cui si parla sempre, anche troppo forse, di turismo, specialmente a valle di un’estate in cui i turisti hanno frequentato come mai prima la regione. Lo stesso aumento di frequentazione si è registrato in tante aree interne italiane, nelle campagne e nei paesi che a volte si sono trovati perfino impreparati per una inaspettata accoglienza. Non si è trattato più soltanto del cosiddetto turismo di ritorno da parte di figli o nipoti di questa terra così massicciamente colpita dall’emigrazione lungo più di un secolo. È un fenomeno diverso, mosso dal tendenziale cambiamento della domanda turistica (dal turismo di massa al turismo dell’esperienza, appunto) emerso negli ultimi decenni e accelerato dalla pandemia reale e mediatica del 2020. Questa ha mostrato al mondo la maggiore salubrità delle aree interne, dei paesi e delle campagne nelle regioni più appartate, sostanzialmente estranee al modello di sviluppo basato sulla concentrazione urbana e sul consumismo [17].

Per restare al Molise, dal Matese all’Alto Molise, dal Fortore alle Mainarde c’è stata più gente, specialmente durante l’estate; più auto hanno percorso le strade del vecchio Contado, spesso dissestate ma sempre beatamente solitarie. Senza ingorghi, senza affanni, i paesi sono tornati per qualche settimana a ripopolarsi non solo di “propri” figli tornanti, ma di tanti altri italiani e anche qualche straniero che ha sfidato i vincoli di spostamento connessi al covid. I paesi hanno assistito quasi increduli al riempimento, fino ad esaurimento dei posti, delle proprie scarse strutture ricettive, all’affollarsi discreto di ristoranti e agriturismi, alle domande dei viaggiatori più audaci che cercando il tratturo trovano solo i cartelli che lo indicano, senza poterlo individuare.

Il neoturista, o turista esperienziale, si ritrova qui in un territorio dal volto rugoso e accogliente, dove ogni volta che si abbandona la via principale per salire o scendere a un bosco o a una sorgente, ci viene incontro il mosaico verde e giallo di pascoli e stoppie; dove ogni volta che scorgi un paese, dietro una curva o dall’alto di un colle, questo sembra mettersi in posa, non tanto per farsi fotografare, quanto per esprimere la duplice ansia dell’abbandono e della voglia di rinascita. È necessario riflettere su questo fenomeno recente, mosso prevalentemente o accelerato dalla pandemia. Intanto dobbiamo fare in modo che questa scoperta transitoria legata all’emergenza, sia per tutti non solo l’occasione per convincersi dell’esistenza delle aree interne, ma soprattutto per pensare alla ricchezza e alla bellezza di queste terre autentiche, dissonanti, tradizionali ma al tempo stesso aperte al nuovo, culle di civiltà e vittime dell’abbandono.

L’emergenza sanitaria, più che le politiche o le strategie promozionali, ha spinto tante persone a conoscere i margini del Paese ed apprezzarne i suoi valori, le sue potenzialità. Facciamo di necessità virtù, in modo che non resti un’estate provvisoria, emergenziale appunto. Ciò vale per tutti: per chi è venuto e per chi è restato, per i giovani e per gli operatori, per gli esperti e gli studiosi; e soprattutto per i politici, che devono essere attenti non solo a promuovere, ma anche a governare il fenomeno, domandandosi in primo luogo “Quale turismo?”, provando a disegnare un modello proprio, senza meccaniche repliche altrui. L’obiettivo generale dovrà essere quello di riuscire a fare turismo senza diventare una destinazione turistica nel senso classico del termine. È questa la sfida che ci attende, anche riprendendo la lontana suggestione di Piovene, tornando a inserire regioni come il Molise, emblema delle aree interne, in quel personale viaggio in Italia che ciascuno di noi a suo modo dovrebbe fare nella vita.

Il ritorno al territorio non è un salto all’indietro, ma un laboratorio di futuro nel quale sperimentare nuove economie e un turismo diverso: non il turismo di massa (quello che si misura con l’entità dei flussi degli arrivi e delle presenze), ma quello dell’esperienza o della saggezza, che guardi finalmente a quello che c’è, non a quello che manca. Per questo occorre affermare una visione che rimetta al centro il territorio e il paesaggio in una prospettiva locale che non significhi localismo e separatezza, ma visione d’insieme e integrazione.

Per ritornare alla storia, potremmo concludere con la necessità di costruire e promuovere itinerari territoriali che prefigurino una sorta di grand tour democratico: non più quello delle corti e delle capitali, ma dei mille e mille luoghi di cui è ricco il territorio italiano, specialmente nella sua parte interna, così estesa che in certe regioni arriva fino al mare. Un tour grande non perché lungo, ma perché diffuso e alla portata di tutti. Il settore turistico, in particolare i policy makers del turismo, deve contribuire alla costruzione di una strategia coerente, che spinga a valorizzare le potenzialità endogene delle aree interne entro un’ottica di utilizzazione non dissipativa delle risorse locali.

Dialoghi Mediterranei, n. 47, gennaio 2021
Note
[1] L. Tissot, Il turismo: dal pellegrino al Club Mediterranée, in Storia d’Europa, vol. V, Einaudi, Torino, 1996: 569-587.
[2] www.unwto.org
[3] A. Berrino, Storia del turismo in Italia, Il Mulino, Bologna, 2010.
[4] P. Battilani, Vacanze di pochi, vacanze di tutti. L’evoluzione del turismo europeo, Il Mulino, Bologna, 2001.
[5] Ivi: 162-163.
[6] A. Simonicca, Fra mobilità turistica e aree interne, “Dialoghi Mediterranei”, 2020, n. 46, (http://www.istitutoeuroarabo.it).
[7] D.J. Timothy – S.W. Boyd, Heritage e turismo, a cura di R. Bonadei, Hoepli, Milano, 2007.
[8] Unesco, Convention Concerning the Protection of the World Cultural and Natural Heritage, Santiago, 16 novembre 1972.
[9] Conferenza Mondiale sul Turismo Sostenibile, Carta di Lanzarote per un turismo sostenibile, Spagna, 27-28 aprile 1995.
[10] M. Marchetti, S. Panunzi, R. Pazzagli (a cura di), Aree interne. Per una rinascita dei territori rurali e montani, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2017.
[11] A. Brilli, Il viaggio in Italia. Storia di una grande tradizione culturale, Il Mulino, Bologna, 2006.
[12] M. Meini (a cura di), Terre invisibili. Esplorazioni sul potenziale turistico delle aree interne, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2019.
[13] A. Magnaghi, Il principio territoriale, Bollati Boringhieri, Torino 2020.
[14] A. Simonicca, Fra mobilità turistica e aree interne, cit.
[15] M. Meini, M. Petrella, La valutazione delle risorse con potenziale turistico, in M. Meini (a cura di), Terre invisibili, cit.: 142.
[16] G. Piovene, Viaggio in Italia, Baldini&Castoldi, Milano, 2003: 569.
[17] R. Pazzagli, Terre sane. Il distanziamento da problema a opportunità per le aree interne, “Dialoghi Mediterranei”, 2020, n. 45 (http://www.istitutoeuroarabo.it).
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Rossano Pazzagli, studioso delle aree interne, insegna Storia del territorio e dell’ambiente all’Università del Molise. Esponente della Società dei Territorialisti, è direttore della Scuola di paesaggio “Emilio Sereni” presso l’Istituto Alcide Cervi e fa parte della direzione di varie riviste, tra cui “Ricerche storiche” e “Glocale”. È autore di numerosi articoli e libri sulla storia del mondo rurale e sulla storia del turismo; con Gabriella Bonini ha recentemente pubblicato il volume Italia contadina. Dall’esodo rurale al ritorno alla campagna.