LE AREE INTERNE TRA ABBANDONI E RICONQUISTE

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L’Italia che resta. La frontiera interna e il coraggio di essere felici

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Intervista con Giovanni Augello, di Andrea Membretti

Gianni, il tuo ultimo libro racconta un lungo viaggio verso “l’Italia che resta”, le aree interne del nostro paese: si può leggere anche come una fuga dalla città?

Come giornalista, lavoro da anni in una agenzia di stampa. Vivendo in una grande città, subivo di fatto, quasi inconsapevolmente, i ritmi urbani, gli spostamenti quotidiani, le tante ore al giorno passate sui mezzi pubblici… Ad un certo momento, mi sono reso conto che, immerso in questa vita, non conoscevo nessuna delle persone che vivevano nel mio palazzo, anche perchè uscendo molto presto la mattina non incontravo davvero nessuno. Nel mio lavoro mi sono sempre occupato di tematiche sociali e mi era capitato già di incontrare il grande tema dello spopolamento delle aree interne e montane. Essendo nato e cresciuto sino ai 18 anni a S. Giovanni Rotondo, non lontano da Foggia, ho sentito subito come mio questo tema: il Gargano è una zona interna, dove quando ero ragazzo le distanze dai servizi essenziali erano molto rilevanti. Io ho dovuto lasciare il mio paese da giovane proprio per andare a studiare fuori, e la mia prospettiva era appunto quella di farmi una vita via dalla mia terra. In un momento in cui mi sono sentito particolarmente solo, anche per vicende personali, quasi alienato dentro i non luoghi di una città di milioni di abitanti come Roma, il richiamo di questi territori, delle aree spopolate, si è fatto sentire.

In modo apparentemente paradossale, sei andato a cercare comunità, relazioni, prossimità proprio nei luoghi dello spopolamento, della rarefazione sociale…

Mi sono fiondato là in quei territori, nella vita delle persone, anche con pochissima conoscenza dei luoghi, senza appuntamenti presi in anticipo, trovando i miei interlocutori per strada, sulla corriera, al bar o nel municipio. Sempre viaggiando sui mezzi pubblici, cercando di trovare il senso che hanno i tempi e gli spazi dell’attraversamento, così diversi dai nonluoghi degli spostamenti urbani.

Mi sono costretto alla relazione personale in tutti i contesti: una fatica fisica e psicologica enorme! Senza avere organizzato preventivamente i miei incontri, aver preparato interviste o essermi presentato come un giornalista. Raccogliendo in fretta, in poche note o in qualche fotografia, quello che coglievo.

Un tipo di esperienza che credo si possa fare così solo in questi territori: la città è piu abituata a stare sotto i riflettori, alle inchieste, alle narrazioni. Negli spazi della rarefazione, invece, non ci sono posti dove ti puoi nascondere: tutti ti notano quando passeggi per il paese, non puoi passare inosservato. Sei tu quello sotto i riflettori, col tuo zaino, la tua faccia diversa e sconosciuta.

Il sottotitolo del tuo libro fa riferimento ad una “frontiera interna”: i territori che hai raggiunto nel tuo viaggio sono la frontiera di che cosa?

La frontiera interna credo che abbia un doppio significato. Anzitutto rimanda ad una idea di difficoltà nel raggiungere le aree interne, soprattutto coi mezzi pubblici, anche se poi spesso queste non sono così lontane, almeno in termini geografici. Ma piu’ ancora è difficile pensare di andarci. Raggiungere questi posti, se non sei un residente, se non hai là un amico o un parente, significa davvero volersi spingere al limite, al confine demografico che separa le grandi aree urbanizzate da luoghi che potrebbero tra pochi decenni scomparire. La frontiera interna però è anche la frontiera mia, di quello che sono io, che ho costruito nella mia vita; quella alla cui ricerca e riscoperta mi sono mosso in una certa fase del mio percorso di lavoro e di formazione quando, intorno ai trent’anni, ho sentito la necessità di tornare indietro, di andare alle origini della mia personale ricerca della felicità. Da qui il sottotitolo del libro, il riferimento ad una felicità possibile che si può trovare proprio su quella frontiera.

Una frontiera che forse percepiscono in modo speculare quanti sono rimasti a vivere nei territori interni, rispetto al “ciglio del burrone” rappresentato dalle grandi aree metropolitane..

Nel mio viaggio, in uno dei questi paesini sperduti della Sicilia, mi trovo per caso ad origliare dalla strada una lite, dentro una casa, tra una madre e il giovane figlio. In quella lite si parla di Londra, dove il ragazzo vorrebbe emigrare: non gli basta spostarsi a Messina, la città vicina, come la madre suggerisce, perchè il suo confine percepito è molto piu’ in là, in un altrove che scavalca i territori urbani piu’ prossimi.

In un’altra tappa, in Toscana, incontro per caso Marcel, uno svizzero che ha lasciato tempo fa la sua patria perchè là dice che ormai tutto è già stato costruito, riempito, lineare e funzionale.  E qui realizza, in un mulino abbandonato tra i boschi, un casa dello yoga, ricostruendo con le sue proprie mani questo posto, facendolo suo, e da lì guardando appunto a quanto resta al di là della sua frontiera.

La frontiera interna ha due versanti, indubbiamente, due prospettive.

I territori della rarefazione sociale sembrano offrire anche spazi inediti di innovazione, nuove opportunità rispetto alla metropoli…

Noi sempre diciamo che il futuro deve essere costruito dai giovani, che dobbiamo ascoltare loro. Io in questo viaggio ho incontrato e ascoltato tutti, dai bambini agli anziani, e tutti mi hanno sorpreso. Come quel vecchio parroco di San Severino Lucano, Don Camillo, che mi disse: “Puntare solo sul turismo è sbagliato, è come mangiare solo pane, non basta!”. Questa frase mi ha colpito tantissimo, proprio rispetto al tema della innovazione, a come e dove può nascere e svilupparsi e al ruolo che tutti possono avere in essa.

I posti in cui sei stato sono tutti in montagna, in Appennino. Questa dimensione montana come li caratterizza secondo te?

Dall’alto in qualche misura vedi sempre le cose in modo differente. Nel mio viaggio ho sempre cercato di raggiungere i borghi piu’ in alto nelle aree interne, su di una frontiera fatta anche di dislivelli, dunque. Da ragazzo, quando tornavo a casa, risalivo dalla pianura: i posti in alto per un ragazzo del sud spesso significano appunto il ritorno a casa.

Al sud si dice che ci sono tre categorie di persone: quelli che sono partiti, a fare fortuna via dal paese; quelli che sono tornati al paese, considerati dei falliti; e quelli che sono rimasti, perchè non sono andati da nessuna parte. E un detto delle mie parti, tradotto in italiano, fa appunto così: “chi cammina lecca, chi rimane secca”. Allora tornare, risalire al borgo piu’ in alto, nel mio viaggio personale come nella mia inchiesta è provare a cambiare la morale della favola, la conclusione data per scontata che vede una sola strada possibile, quella che scende, o altrimenti la fine.

Dal tuo viaggio sei tornato piu’ ottimista o pessimista rispetto al futuro delle aree interne?

Quando ho fatto quel viaggio era dieci anni fa: eravamo stati appena colpiti da una enorme crisi economico-finanziaria globale. Oggi siamo colpiti dalla nuova crisi della pandemia, che ci ha posto tante domande nuove, quando siamo stati chiusi per mesi nelle nostre case, rispetto a dove vivere, a come vivere. Forse nel prossimo futuro, grazie anche al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, la situazione delle aree interne potrà almeno in parte mutare. In molti di quei territori, in dieci anni, credo che la situazione non sia cambiata in modo sostanziale: ritrovo gli stessi cinema chiusi, i giovani che non sono tornati, i vecchi ai tavolini dei bar. In altri casi invece ci sono stati cambiamenti radicali: per esempio la formazione universitaria che si è avvicinata fisicamente ai giovani del sud, con nuove sedi piu’ vicine alle aree interne. E poi la connessione digitale, una rivoluzione che ha aperto scenari inediti di avvicinamento e di interazione per chi vive in molti questi paesi. Una accelerazione che ha aperto nuove opportunità, che ha consentito di mettere in rete le esperienze positive di restanza e ripopolamento dei paesi della Valle Stura in Piemonte con quelle del promontorio del Gargano in Puglia.

Da qualche tempo ti sei trasferito dalla metropoli in Abruzzo, e hai da poco avuto una figlia: come lo vedi il futuro della tua famiglia e della tua bambina in questi territori interni?

Questa è proprio la domanda che ci siamo posti mia moglie ed io prima di lasciare lei Milano e io Roma, dove lavoravamo. Ci siamo trasferiti in una cittadina abruzzese, Lanciano, perchè lo abbiamo potuto fare: potevamo e possiamo lavorare a distanza, ma è stata una scelta meditata. Oggi se penso al futuro di mia figlia che crescerà in questo territorio, mi sento felice: questa riscoperta della possibilità del ritorno mi riempie il cuore e credo che a lei apra opportunità ben diverse da quelle che potevo avere io da ragazzo. In questi pochi anni da quando ci siamo trasferiti in questa regione abbiamo già visto dei cambiamenti positivi, una forma di rinascita. Gli abruzzesi si definiscono “forti e gentili”: vedo una crescente cura del territorio, anche in alcuni paesi di montagna che sono vissuti, abitati. Certo non è stata una passeggiata venire a vivere qui: lo smartworking prima della pandemia non era assolutamente scontato. Per i primi tempi io ho dovuto fare anche il pendolare su Roma e mia moglie ha dovuto trovare un lavoro in zona. Ma ora vedo uno spazio che si apre del tutto nuovo, sulla base di conquiste inimmaginagibili sino a un paio di anni fa.

Mia figlia l’abbiamo chiamata Nives, in onore della Madonna della Neve: è una Madonna molto presente in tutti i territori montani ma che si venera a partire da Roma, dove il 5 di agosto si celebra la sua festa, sparando addirittura neve artificiale davanti alla basilica di S. Maria Maggiore. E così in questo nome della nostra bambina abbiamo voluto riunire la nostra storia, il nostro percorso. Perchè poi quando nevica è sempre un po’ una festa.