LE AREE INTERNE TRA ABBANDONI E RICONQUISTE

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Figlia del terremoto. Irpinia 1980, di Elisa Forte

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Nel 1980 avevamo persone senza un paese, e dopo 40 anni la storia ci ha restituito un paese ricostruito ma disabitato. Una condizione non equiparabile al più ampio contesto dell’Italia interna, vittima dello spopolamento e dell’anoressia demografica tipica delle aree marginali, ma un caso di chiara contraddizione che merita di essere analizzato. In occasione del quarantennale dalla terribile tragedia che colpì l’Irpinia nel 1980, il bilancio storico registra in questi luoghi la più ingente mole di aiuti, in termini di capitale umano ma soprattutto di denaro pubblico e donazioni, giunti dall’italia e dall’estero; ma anche la più debole capacità progettuale che oggi ci vede fra i protagonisti della Strategia Nazionale per le Aree Interne. Abbiamo vinto insomma: da terremotati ad area marginale. Contrariamente a quanto previsto dalle pianificazioni urbanistiche e industriali di 40 anni fa, dopo il sisma del 1980 sono mancati oltre 20mila abitanti, tra emigrazioni, decessi e arresto della natalità. Constatiamo che “le voci di dentro” hanno assistito a ciò che altri – gli stranieri arrivati da lontano- hanno deciso per noi. Così da ribaltare il disegno originario annunciato nell’immediato post terremoto che avrebbe dovuto superare in un battito d’ali l’arretratezza in cui viveva la provincia di Avellino, sostituendola con una irruzione di modernità. La condizione attuale di questo lembo di Campania interna deriva da un processo di ricostruzione ultimato dal punto di vista degli abitati, ma incompiuto dal punto di vista strutturale. Oggi tutto appare esattamente come allora. Proprio questo frame che cattura smarrimento e torpore è stata consegnato al regista Umberto Rinaldi per la realizzazione del documentario “80+40: il vuoto dopo la tempesta” realizzato da Hitch2 Produzioni e, che sarà divulgato nei prossimi mesi. 

Qui stancamente è la metrica che accompagna il racconto di un terremoto lungo 40 anni, in cui è stata sedimentata una elaborazione del lutto e dei processi decisionali mai compiutamente realizzati o decollati. La narrazione più calzante infatti, non è la riproduzione della lentezza dei passi che in genere contraddistingue la vita di paese, ma il logorìo lento che ha scavato gli animi di chi è sopravvissuto, e di chi come me, è figlio di quella tragedia. Sono una figlia del terremoto, nata dopo un matrimonio celebrato fra le macerie nel febbraio del 1981, per riaccendere la speranza, per aggrapparsi alla vita. La mia generazione avrebbe dovuto curare una ferita che poi si è rivelata talmente tanto profonda da inghiottire anche chi, col terremoto non c’entrava niente. Per la mia generazione non c’è salvezza: Sant’Angelo dei Lombardi e l’Alta Irpinia prima del terremoto era tutt’altra storia, tutt’altra vita. Così i paesi si sono cristallizzati prima che io nascessi, mentre è toccato a noi scontare il peso di ciò che non abbiamo vissuto e che non possiamo cambiare. 

Abbiamo inconsapevolmente ereditato la malinconia pressante e il lutto a tempo indeterminato. Infatti oggi quella generazione è scarsamente rappresentata in paese, principalmente perchè non ha trovato sbocchi occupazionali, nè ha avuto la possibilità di incidere nella costruzione del futuro di quell’area. Mentre si elaborava faticosamente il lutto e, brandelli di famiglie cercavano disperatamente di riaggiustare i cocci per trovare nuovi stimoli, la classe dirigente governava i processi e ricostruiva non solo gli abitati, ma disegnava nuove coordinate per il futuro delle comunità. Il terremoto portò una irruzione di modernità a cui Sant’Angelo e gli altri comuni vicinori dell’Alta Irpinia non avevano ancora ambìto. L’industria in particolar modo, sostenuta dallo Stato, produsse una irruenta corsa al finanziamento pubblico, per tentare la scalata alla modernità e recuperare di colpo il clamoroso ritardo industriale che il Mezzogiorno scontava rispetto al nord industrializzato da tempo. L’industria di montagna però, immaginata dalla politica della Dc di quei tempi, non riuscì a trovare una sua collocazione autonoma e si tradusse in un clamoroso flop non appena il Governo chiuse il rubinetto degli incentivi. Quelli furono gli anni dello sciacallaggio e della solidarietà insieme: due facce speculari della stessa medaglia che hanno percorso gli stessi binari. I prenditori del nord beneficiavano degli aiuti di Stato per aderire al maxi progetto di costruzione dell’innesto industriale, e Sant’Angelo – come anche gli altri comuni colpiti dal terremoto- era meta di tecnici, architetti, geometri e ingegneri che avrebbero dovuto occuparsi della ricostruzione. Non solo. I comuni terremotati erano anche meta di persone di gran cuore che hanno riammagliato il tessuto sociale, divenendo parte integrante del contesto. Così sullo stesso “palcoscenico” si sono esibiti i ladri di elemosine che hanno preso gli incentivi dello Stato per realizzare qui l’industrializzazione e quindi l’ammodernamento del Mezzogiorno d’Italia; ma anche cantanti e celebrità nazionali per esibirsi in concerto e portare la loro solidarietà a noi terremotati. Non c’è personalità politico istituzionale di rilievo nazionale o artista affermato che non sia stato nella terra del cratere all’indomani del 1980. 

Sin dall’infanzia nei prefabbricati, appena un fazzoletto di terra per ognuno, ricordo la solidarietà del vicinato. Ogni zona del paese, a me noto come un altro “continente” abitato da altrettanti terremotati- aveva il nome della città che si era spesa per la donazione. Dal Boschetto a Los Angeles, dal campo tedesco a campo Bergamo e, ai siti differenziati dall’azienda che aveva fornito i prefabbricati: i mini quartieri predisposti per la costruzione degli alloggi provvisori avevano assunto le sembianze di un microcosmo. Qui la porte erano sempre aperte, l’ingresso era accessibile a chiunque; e non per una estremizzazione della fiducia verso il prossimo, quanto per la presenza costante dei militari che vigilavano soprattutto il centro storico con ronde notturne contro lo sciacallaggio. Ogni prefabbricato era dotato di una stufa di ghisa di manifattura tedesca, posizionata al centro e dotata spesso di un pannello di coibentazione di amianto, utilizzato per trattenere il calore. Gli inverni erano particolarmente rigidi, e con l’arrivo delle grandi nevicate si precipitavano militari da tutta Italia per liberare le nostre piccolissime case provvisorie da cumuli di neve. In compenso le Suore Oblate e le suore Vincenziane allietavano i nostri Natali: Babbo Natale arrivava per tutti, con doni inviati da ogni angolo d’Italia. Avevamo tutti le stesse coperte, anche queste di manifattura tedesca, 100 per cento lana, del tipo utilizzato in guerra, che erano state distribuite nel tempo dai volontari. Fra le migliaia di volontari arrivati qui, c’erano anche i Frati Gesuiti, che non lesinavano il supporto delle braccia quando si trattava di lavorare, e che avevano allestito un piccolo centro sociale in un fabbricato, dove organizzavano il cineforum e altri eventi ricreativi. Con l’inizio dei lavori di scavo e rimozione delle macerie il paese si riempì di nuovi residenti: erano soprattutto imprenditori edili, ingegneri, geometri e architetti che si erano trasferiti momentaneamente, alcuni con le famiglie, per seguire i lavori da vicino. Anche l’ospedale Criscuoli, allestito in un container giù alla Via Quadrivio era gestito dalle Monache Clarisse, tutte provenienti dalla provincia di Vicenza. Il rigore dell’ospedale si reggeva su un rigoroso accento veneto. Qui aveva preso servizio una classe medica giovanissima, appena sfornata dai corsi di specializzazione all’università, che aveva aderito al progetto morale e umanitario di rimettere in piedi l’ospedale, precedentemente ubicato nel centro del paese e crollato con il sisma. Anche l’ospedale era una grande famiglia, proiettato ad ampliarsi e a crescere nel tempo, per consolidare un percorso avviato già prima del terremoto con la clinica privata dalla famiglia Criscuoli e dal Senatore don Gabriele. 

Il prefabbricato per chi come me era nato dopo, era un ambiente accogliente e confortevole. Otto anni sono trascorsi in fretta e senza mai avvertire il peso della provvisorietà. Lo spazzino ritirava il sacchetto della spazzatura a domicilio, il vicinato si raccoglieva per consegnare la biancheria destinata alla lavanderia.   Fuori dal villaggio era un unico grande ammasso di macerie e calcinacci. Le attività commerciali o presunte tali erano tutte alloggiate nei container. Enorme era il piazzale che ospitava i mini alloggi, dove oltre ai prefabbricati, c’era un grande giardino centrale, baracche utilizzate come garage per le auto e cantine provvisorie, spazi aerei in cui collocare lunghissime corde per stendere le lenzuola. 

Ricordo da piccola la gita al centro storico della domenica pomeriggio, quando mia madre e le sue sorelle venivano assalite dalla nostalgia dei ricordi e ci trascinavano – me e i miei cugini- fra le macerie per mostrarci la furia del terremoto e quello che aveva prodotto. Puntuale era la descrizione di mio padre di ogni edificio che ora occupava un vuoto e chi lo aveva abitato. Ammiravo gli interni delle case crollate solo a metà, le vite spezzate di chi non avevo avuto la fortuna di conoscere e, ricostruivo attraverso la fantasia, le animazioni di quello che c’era prima, materializzando le descrizioni dettagliate dei miei. Conoscevo mille sfumature di quella sera, mille storie e vicende personali che si sono intrecciate con quelle dei miei genitori. Ho sfogliato decine e decine di volte i giornali di quell’epoca con le foto di mia madre che indossava un cappotto distribuito dalla Croce Rossa di almeno tre taglie superiori alla sua. Ho visto le immagini di persone che facevano la fila con una scodella d’acciaio al campo mensa, e per anni ho ammirato madri che non hanno mai smesso il lutto. La veste nera accompagnata da una catena con il portafoto ovale con la foto del figlio o del marito morto, col viso consumato dalle lacrime. Ogni volta, in questi 40 anni, ogni racconto del prima e del durante offre nuovi e interessanti dettagli che arricchiscono la storia e la alimentano, inconsapevolmente, di nuovo significato. 

Ricordo le trasferte del sabato ad Avellino per andare a vedere le case. Un viaggio estenuante a bordo della 128 blu di mio padre, che nel tragitto sulla vecchia Ofantina gli costava almeno due fermate per farci riprendere dalla nausea. Dopo Castelvetere partiva il conto alla rovescia: io e mio fratello eravamo già incollati i ai vetri del finestrino per ammirare i palazzi di pietra, a due, tre piani. Altra esperienza mistica: gli occhi non bastavano a contenere tutto e a registrare in memoria quanto avevamo potuto ammirare. La vita altrove era assai diversa da quella che vivevamo noi. 

Con l’assegnazione delle prime case tutto è cambiato. Varcare l’uscio di una casa è stata un’impresa traumatica che ha interrotto il tepore ovattato del prefabbricato. Le stanze erano enormi e gelide, la nostra voce riecheggiava all’interno e dava un profondo senso di smarrimento e incertezza. La porta non era più accessibile come prima e il portone d’ingresso del condominio era dotato di un citofono. Ci volle del tempo, ma riuscimmo ad acclimatarci: il villaggio Antenna Tre (costruito grazie all’impegno di Enzo Tortora e alle donazioni della radio lombarda Antenna Tre) aveva nuovamente mescolato le carte e ci rendemmo conto che i quartieri dei prefabbricati avevano diviso la popolazione per troppo tempo. Imparammo a conoscerci e i nostri genitori a riscoprire la popolazione sopravvissuta. La piazza era sempre un ammasso di pietre e terra, e i lavori procedevano senza che noi potessimo realmente accorgercene. Così i nostri giochi divennero il nascondino nel centro storico e la caccia al tesoro sotto le macerie del castello e della cattedrale. Il centro storico era davvero spettrale: d’estate si prestava alle escursioni nel cantiere della cattedrale, dove andavamo alla ricerca di cadaveri, di spiriti e tesori nascosti. Il castello aveva decisamente un fascino diverso. Qui si organizzavano spedizioni notturne alla ricerca del passaggio segreto che avrebbe dovuto condurre ai sotterranei del castello di San Felice, a pochi chilometri da noi. Bypassavamo le transenne e si scavava nella terra chiusa dalle lamiere con tanto di lucchetti, per poi rimettere tutto in ordine al termine di ogni spedizione. I miei coetanei saltavano sui tetti delle case in costruzione e si avventuravano in gesta a dir poco pericolose. Col tempo le macerie hanno ceduto spazio ad una nuova sagoma del paese, e il centro storico non ha più ferite. I prefabbricati sono state le ultime cicatrici della ricostruzione, ma ancora oggi a 40 anni dalla tragedia, i segni sono tangibili. 

Quel centro storico così strenuamente difeso dal preside Romualdo Marandino durante i lavori di scavo e rimozione delle macerie, oggi appare svuotato dalla sua funzione vitale, ovvero quella di caratterizzare il cuore pulsante del piccolo centro. La ricostruzione, piò meno fedele, ha riconsegnato alla comunità la sua vera essenza e le radici su cui rifondare il suo senso di appartenenza e la capacità di riconoscersi come comunità. Ma le case disabitate e il silenzio di un luogo che pare ovattato nel ricordo, sembrano avere smarrito lo spirito. E’ esattamente da qui che la nostra storia ci impone di ripartire. Ritrovare la centralità del nucleo originario per ricompattare la comunità, per rimettere in piedi anche il percorso di costruzione della modernità. A 40 anni dal sisma le congiunture storiche ed economiche consentono di dare una seconda possibilità alle strategie inaugurate all’indomani del 1980: si lavora al completamento della Lioni Grottaminarda, si attendono gli incentivi statali per riaprire i capannoni industriali costruiti con i fondi della legge 219/81 e abbandonati; si immagina di dare una destinazione d’uso a tutti quegli edifici pubblici vuoti; di assecondare le vocazioni espresse dal territorio, di esibire il cartello all’ingresso del paese: “Tornate a casa, l’America è qui”. 

Il 23 novembre alle 19.34 il trailer del documentario “80+40 il vuoto dopo la tempesta” di Hitch2 Produzioni. Il racconto del #sisma1980 e della lotta 40 anni dopo, allo spopolamento delle aree interne della Campania