LE AREE INTERNE TRA ABBANDONI E RICONQUISTE

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Transizione ecologica e PNRR- Editoriale di Giovanni Carrosio

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Inauguriamo gli editoriali di Riabitare l’italia con un primo articolo di Giovanni Carrosio. “Costruire economie che reintroducano l’ambiente nel loro ciclo di produzione secondo criteri di sostenibilità. Economie che, mettendo a valore in modo sostenibile l’ambiente, se ne devono prendere cura, manutenerlo per rigenerarlo. Ripensare i servizi alle persone fuori dalla logica delle economie di scala, che condannano tanta parte dei territori vuoti, nella direzione della prossimità.”

Finalmente la transizione ecologica è entrata nell’agenda delle politiche pubbliche. Con un bel po’ di ritardo, perchè il livello di degrado degli ecosistemi e l’avanzare della crisi climatica si sono imposte con la forza delle conseguenze che stiamo già sperimentando, ma indubbiamente si è aperto un campo politico e di policy dentro il quale è possibile fare avanzare delle istanze ambientali che guardino alla coesione sociale e territoriale. Ci riferiamo a queste due posture con le quali guardare alla sostenibilità, di inclusione sociale e territoriale, perché siamo convinti che se le politiche per la transizione non includeranno territori e persone ai margini, non solo non troveranno quel consenso necessario perché si giunga davvero a un paradigma nuovo, ma non potranno nemmeno affrontare con efficacia le tante questioni che si stanno imponendo.
È vero che nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ci sono tante risorse che interpellano le aree interne, i borghi, i piccoli comuni, le aree rurali, la montagna (si noti la frammentazione terminologica, che lascia trasparire le tante coalizioni di interessi che hanno spinto per stanziare risorse dedicate), ma questi territori sono menzionati dentro una cornice di senso che non riconosce nella transizione ecologica l’opportunità di ricucire e salvaguardare le interconnessioni territoriali ed ecosistemiche tra aree urbane e aree rurali, tra centri e aree interne. Questo è un punto sul quale lavorare nella attuazione dei punti programmatici del PNRR, affinchè le azioni che ne conseguono tengano insieme la conversione ecologica con la riduzione delle disuguaglianze sociali e territoriali. Proviamo ad articolare meglio questo punto, che riteniamo dirimente perché la transizione sia davvero eco-logica, giusta e sostenibile e perché al proprio interno non si annidino spinte alla concentrazione della ricchezza e alla ulteriore marginalizzazione delle aree più fragili.
Perché non è scontato che le politiche per la sostenibilità siano inclusive? Sostenibilità è un concetto abbastanza plastico da riscuotere un consenso granitico. È molto difficile che qualcuno trovi legittimazione pubblica dicendosi apertamente contrario alla sostenibilità. Allo stesso tempo è un concetto incerto nelle sue declinazioni, al punto che nella nostra società esistono idee radicalmente diverse su che cosa fare, su come riempire di pratiche concrete la sostenibilità. Questo accade perché ci sono tanti modi di leggere la crisi ambientale e di conseguenza tanti modi di dare risposte e di concretizzare la sostenibilità. All’interno del suo ampio campo semantico possiamo annoverare coloro che sostengono che per poter fare sostenibilità ci sia bisogno di più crescita e coloro che invece sostengono che la crescita sia il problema; coloro che pensano che il futuro si giochi tutto nelle città, e coloro che pensano che il dispendio energetico e di risorse naturali degli agglomerati urbani sia intrinsecamente insostenibile; coloro che pensano che la soluzione a ogni problema ambientale si possa trovare grazie all’innovazione tecnologica e coloro che pensano che più tecnologia significhi più complessità e quindi effetti secondari non previsti che possono peggiorare la crisi ambientale. Potremmo andare avanti articolando ulteriormente come sia complicato trovare un punto di incontro non tanto sull’idea di sostenibilità, quanto su come tradurla in azioni concrete. E nelle pratiche di sostenibilità esistono diverse posture che esaltano oppure annichiliscono il ruolo dei territori, che mettono al centro oppure marginalizzano la questione sociale.
Una questione centrale per chi si pone il tema della coesione territoriale è indubbiamente la questione delle connessioni tra aree diverse e la messa a valore in modo sostenibile di territori in diversi stati di degrado ambientale. Guardare alla sostenibilità con una postura territorialista significa anzitutto piegare le politiche ambientali per costruire sistemi territoriali locali coesi: la sostenibilità come ricucitura di relazioni tra i territori, relazioni sociali e relazioni funzionali. È necessario calcare l’attenzione su questo punto, perché non è scontato che la sostenibilità si traduca in politiche e dispositivi che guardano ai territori.
C’è il rischio concreto che prevalgano letture, e quindi pratiche, che mirano a fare sostenibilità in modo cieco rispetto alla diversità dei luoghi. Concepire la sostenibilità in modo de-territorializzato, significa pensare a soluzioni standardizzate, che non sono capaci di riconoscere le differenze dei sistemi territoriali. Se pensiamo alle politiche che già oggi esistono, si tratta soprattutto di politiche per la transizione a una economia a basse emissioni di carbonio, molto incentrate sulla transizione energetica, che guardano poco alle ecologie dei nostri territori, alle interconnessioni ecologiche e funzionali tra aree urbane e rurali, tra centri e aree interne. Questo accade perché l’approccio dominante che guida le politiche sulla sostenibilità è caratterizzato dal paradigma della modernizzazione ecologica. La modernizzazione ecologica è un modo di affrontare la crisi ambientale che individua nel mercato e nella innovazione tecnologica i pilastri attorno ai quali costruire strategie di transizione. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza è fortemente caratterizzato da questi assunti. Se guardiamo all’insieme di misure e stanziamenti previsti, vediamo che tutto il piano è permeato dall’idea che per velocizzare la transizione sia necessario investire in modo massiccio nell’innovazione tecnologica – le tecnologie pulite – intervenendo sui grandi agglomerati urbani, che rappresentano per dimensione e per tipologia quei mercati standardizzabili capaci di produrre le economie di scala sufficienti perché le nuove tecnologie diventino economicamente competitive. Dal punto di vista della coesione territoriale, della inclusività e della equità, il modello della modernizzazione ecologica non ha alcuna discontinuità rispetto ai modelli di sviluppo del passato. La sua peculiarità è di volersi emancipare dalla dipendenza dal carbonio, senza però mettere al centro delle proprie risposte alla crisi ambientale la questione delle disuguaglianze territoriali, sociali e delle ecologie che rendono i luoghi interdipendenti dal punto di vista ecosistemico. Si continua perciò a pensare che l’urbanizzazione la soluzione, perché le agglomerazioni rendono più facile la scalabilità delle innovazioni tecnologiche e pertanto la transizione. In questo modo si perdono di vista i soggetti della transizione ecologica, i fiumi, gli insetti, le foreste, i suoli, e si perdono di vista i territori che ancora supportano la riproduzione degli ecosistemi e si perdono di vista le persone che vivono in quei territori e quelle che potrebbero viverci in futuro, se invece nell’idea di sostenibilità, e soprattutto di innovazione per la sostenibilità, entrassero con forza tutti quei vecchi e nuovi lavori che innestano competenze tradizionali con competenze nuove e che guardano alla riconciliazione tra sistemi sociali e sistemi ecologici. Reintrodurre la natura nel nostro modello di sviluppo è una grande chance di cambiamento, che può riconnettere dispositivi di innovazione con economie locali, giovani altamente istruiti anche in settori come l’informatica e l’ingegneria che possono trovare sbocchi lavorativi in settori apparentemente distanti, fare dialogare sistemisti cibernetici con operatori del bosco: pensiamo all’agricoltura di precisione o all’applicazione di piattaforme della sharing economy per la gestione dei boschi o all’applicazione dei big data nella conservazione della biodiversità, o ancora all’applicazione delle smart grid nelle filiere corte dell’energia. Sono tutti ambiti che tengono insieme settore primario ed economia della conoscenza e che possono farci vedere territori ancora in corso di spopolamento come luoghi dove è possibile costruire un futuro sostenibile, dove è possibile spendere lavorativamente nuove competenze.
Come ha messo bene in evidenza la Strategia Nazionale per le Aree Interne, nel nostro paese abbiamo territori troppo vuoti e territori troppo pieni. Queste due configurazioni socio-spaziali, per ragioni diverse, rappresentano un problema per l’ambiente e per la sostenibilità. I territori troppo vuoti sono le aree interne del paese, che hanno bisogno di riattivare il proprio capitale naturale che si sta degradando. In queste aree la crisi ambientale si manifesta come conseguenza del sotto-utilizzo delle risorse naturali e la crisi sociale come desertificazione dei servizi. I territori troppo pieni, le città e le aree suburbane, hanno un eccesso di effetti secondari della densità, rappresentati da cementificazione, inquinamento atmosferico, problemi nella gestione dei rifiuti, eccessiva intensità dei consumi energetici: tutte queste cose insieme si traducono in degrado da sovra-utilizzo delle risorse naturali. Se riconosciamo le diversità dei territori, dobbiamo pensare a politiche territoriali per la sostenibilità e a modalità di interconnessione tra territori diversi, per ricostruire le interdipendenze come elemento necessario per rimettere in equilibrio sistemi umani e sistemi ambientali, i pieni e i vuoti del nostro paese.


Perché ciò avvenga sono necessarie almeno tre cose:

  • costruire economie che reintroducano l’ambiente nel loro ciclo di produzione secondo criteri di sostenibilità. Economie che, mettendo a valore in modo sostenibile l’ambiente, se ne devono prendere cura, manutenerlo per rigenerarlo. Ne abbiamo bisogno per pensare a un modello di sviluppo più sostenibile, che ha già una domanda di mercato. Lo chiedono tante cittadine e tanti cittadini che esprimono, anche in momenti di crisi come quello che stiamo vivendo, una domanda di qualità della vita, di riconnessione con la natura, di salubrità e ecosostenibilità dei prodotti.
  • contesti istituzionali, di governo, che siano pensati per guardare i territori di area vasta nella loro complessità ed eterogeneità, l’idea delle aree metro-montane e metro-rurali. Dentro la cornice di senso della sostenibilità che guarda alle connessioni i confini metro- montani potrebbero essere quelle configurazioni istituzionali dentro le quali si lavora alla connessione tra pieni e vuoti, alla riconnessione ecologica tra sistemi territoriali diversi.
  • ripensare i servizi alle persone fuori dalla logica delle economie di scala, che condannano tanta parte dei territori vuoti, nella direzione della prossimità. Le economie che reintroducono l’ambiente, connettendo pieni e vuoti, non si reggerebbero senza una infrastruttura sociale che permetta alle persone di godere di condizioni di vivibilità dei luoghi equamente distribuite sul territorio. Le stesse politiche per la transizione ecologica possono diventare vettori di welfare, se si fa attenzione agli effetti distributivi e redistributivi che ne conseguono.
    Se adottiamo questa cornice territoriale nel pensare la transizione ecologica e assumiamo contesti di area vasta metro-montani nei quali si ricostruiscono interdipendenze tra territori, il paradigma del modo con il quale pensiamo le politiche cambia profondamente. La sostenibilità dei territori pieni non è perseguibile se non si fa coesione territoriale con i territori vuoti. E i problemi dei territori vuoti diventano problemi anche dei territori pieni. Affrontare il problema della frammentazione fondiaria in una valle appenninica diventa una condizione per la sostenibilità dei centri urbani e dei tanti territori produttivi dell’urbanizzazione diffusa. La domanda che si pongono i policy maker diventa: ma questa azione, come agisce sulle connessioni tra pieni e vuoti, include o esclude; connette o disconnette?

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