LE AREE INTERNE TRA ABBANDONI E RICONQUISTE

Condividi su facebook
Facebook
Condividi su twitter
Twitter

Luoghi, modelli, mappe di Giovanni A. Barbieri

Condividi su twitter
Twitter
Condividi su facebook
Facebook

Per la serie “editoriali di Riabitare l’Italia”, il contributo di Giovanni A. Barbieri su “Luoghi, modelli, mappe”.

All’inizio di gennaio è morto lo scrittore Gianni Celati. Per ricordarlo, il regista Davide Ferrario ha pubblicato sui social media un frammento di un documentario – Mondonuovo – girato con lui nel 2003.[1] Ne sono rimasto colpito soprattutto per alcune affermazioni:

Non credo per niente a quelle cose che si chiamano testimonianze, e non credo per niente alle memorie ufficiali, e non credo all’identità locale (quella la lascio per degli altri), e non credo all’appartenenza a un territorio, e non credo alle cosiddette radici. […] L’idea di appartenenza a un territorio, come se dopo si diventasse testimoni autorizzati, proprietari di un luogo: tutto questo mi sembra il contrario del lavoro del narrare. […] Per questo val la pena poi di andare in giro a vedere i posti, perché ci restano solo dei posti, delle vecchie storie. […] La bellezza dei posti è nel loro implicito, in quelle cose che nessuno può spiegare.

È vero che parla del «lavoro del narrare». Ma è una prospettiva capace di mettere in crisi anche chi lavora sui luoghi per documentarli e rappresentarli, nell’ambito di progetti di trasformazione e di sviluppo.

Nel tempo, la visione dello sviluppo locale si è arricchita di significati. A partire da una concezione più economica – in cui si coglievano soprattutto gli aspetti della crescita della produzione, dei consumi e degli investimenti, dell’occupazione e del reddito pro capite – si sono via via aggiunte altre dimensioni: preservare e valorizzare le vocazioni del territorio, assicurare una distribuzione equa dei costi e dei benefici, garantire la sostenibilità con riferimento alle risorse non rinnovabili e alle generazioni future, aumentare il benessere delle persone che in quei luoghi vivono. Le informazioni necessarie per concepire e realizzare un progetto di sviluppo sono andate crescendo ancora più rapidamente.

A partire da qui, in un ideale dialogo con Celati, vorrei sollevare tre obiezioni.

Un primo punto è quello dello scarto tra processi di sviluppo e rappresentazioni dell’esistente. I primi hanno a che fare con il futuro: un futuro ‘desiderato’, che scaturisce dalla comprensione delle tendenze evolutive spontanee dei ‘luoghi’ (cioè dei territori e delle persone) e dalla capacità di modificarne le traiettorie per effetto di azioni orientate al cambiamento. A questo – va da sé – si aggiunge l’incertezza insita nel futuro. Ma anche le rappresentazioni dell’esistente sono meno solide di quanto si potrebbe supporre: sia perché sono sempre, in misura maggiore o minore, relative al passato (la raccolta e l’elaborazione delle informazioni è onerosa anche in termini di tempo); sia perché sono comunque il risultato di una selezione operata, nel presente, da chi conduce l’analisi.

Il secondo punto è proprio questo: per comprendere la realtà abbiamo bisogno di rappresentarla in forma semplificata, di procedere per ipotesi e modelli, di trascurare consapevolmente aspetti che consideriamo irrilevanti per il problema e concentrarci su quelli rilevanti. Questa scelta è soggettiva, ma non arbitraria. È guidata dagli obiettivi dell’analisi: dai fenomeni di cui cerchiamo una spiegazione o – nel contesto dello sviluppo locale – dalla conoscenza di un ‘luogo’. Quello che Celati chiama ‘implicito’ («quelle cose che nessuno può spiegare») è un’illusione, al più un atteggiamento di apertura che precede il porsi davanti ai luoghi. Ma poi – che li si voglia narrare, o analizzare razionalmente, o trasformarli – è sempre necessario passare dall’implicito all’esplicito.

Il terzo punto è quello dell’identità locale, che Celati vuole lasciare «per degli altri». «Eccomi qua», mi viene da dire, adottando lo stesso registro scanzonato. Comprendere l’identità locale è il fine ultimo del lavoro di analisi e un presupposto essenziale dei processi di trasformazione e sviluppo. È la risposta alla domanda: di quali informazioni statistiche ha bisogno lo sviluppo dei luoghi?

Definire il concetto di identità di un luogo non è semplice né immediato. L’accezione di identità qui rilevante non è quella logico-matematica di perfetta eguaglianza, ma piuttosto quella propria del linguaggio comune quando ci si riferisce all’identità di una persona, di «entità distinta dalle altre e continua nel tempo».[2] Si può pertanto parlare anche dell’identità di una città o di un luogo, che non cambia al mutare dell’estensione dell’abitato o delle vicende demografiche, economiche e sociali. Inteso così, il territorio non è soltanto una dimensione d’analisi, quella spaziale, che si affianca ad altre (età, genere, titolo di studio, condizione professionale, eccetera). È un elemento costitutivo del modo in cui la società si organizza. La sintesi migliore, il riferimento più evocativo, l’ho trovato nel romanzo d’esordio d’un autore italo-americano, La fine di Salvatore Scibona. Nel suo monologo interiore, uno dei personaggi fa questa considerazione:

Le persone quando dicono “posto” non intendono dire la stessa cosa di quando dicono “luogo”. Dicono luogo per dire l’identità di un posto.[3]

Dunque, quando si parla di un luogo non si intende la stessa cosa di quando si parla di un posto, di una localizzazione, di una posizione geografica, di un punto o di un’area nello spazio, di coordinate. Si parla, appunto, di identità.

È una considerazione illuminante: nello scarto tra posto e luogo, tra location e place (nell’originale) si trova uno stock specifico di conoscenze, un’accumulazione di identità e di ‘saperi’ che traspira dalle mura di una città o di un borgo, dalla disposizione di vie e piazze, dalla cultura materiale di chi ci vive, dalle manifestazioni della socialità e del senso civico, e così via.

In questa concezione, i luoghi esprimono un loro fabbisogno di informazione statistica, diverso e in parte “autonomo” rispetto a quello che fa riferimento al territorio in quanto dimensione d’analisi. Per questo, per rispondere alle esigenze informative espresse dallo sviluppo locale mi sembra necessario attivare un processo che alterni, ciclicamente, fasi top-down e bottom-up

La fase bottom-up è necessaria perché questi processi di sviluppo implicano un governo locale delle politiche; e questo, a sua volta, richiede la disponibilità di statistiche e indicatori rilevanti per gli specifici obiettivi di sviluppo della comunità locale. In questa prospettiva le geografie funzionali (come i sistemi locali dell’Istat) assumono grande importanza: il modo in cui sono individuate – a partire dagli spostamenti quotidiani delle persone e degli attori economici e sociali – li definisce come sistemi territoriali omogenei e coesi, come realtà economiche e sociali profondamente radicate, come ambiti ‘urbani’ funzionalmente definiti.

Sul medesimo piano, ma da una prospettiva diversa, statistiche e indicatori devono essere commisurati agli obiettivi e alle politiche di ogni singolo, specifico programma. Al moltiplicarsi dei dei progetti, come tenere sotto controllo la loro esplosione combinatoria? Come discernere quelli che contribuiscono al conseguimento degli obiettivi, in termini di outcome, da quelli che vi contribuiscono solo limitatamente, o non vi contribuiscono affatto? Come individuare gli errori di programmazione? A livello locale questi problemi diventano ingestibili se affrontati in una prospettiva top-down, gerarchica, ad albero. E non tanto per un problema di complessità tecnica; ma perché in una logica di democrazia e di sussidiarietà i soggetti locali hanno piena legittimazione a decidere le proprie traiettorie di sviluppo, nonché i programmi e gli strumenti per raggiungere i propri obiettivi.

D’altronde, un approccio esclusivamente bottom-up non è sostenibile, per tre ragioni: non si può sfuggire all’esigenza della sintesi, anche territoriale, sia per consentire la comparazione dei programmi e dei risultati, sia per costruire un quadro di riferimento nazionale; è opportuno che i luoghi, e i loro progetti di sviluppo, si possano confrontare tra loro e, su questa base di conoscenza, entrare in relazioni che possono essere di cooperazione, di concorrenza o di ‘conflitto’; terzo, per questa via è possibile favorire la diffusione tra luoghi diversi di idee e pratiche progettuali virtuose, attraverso meccanismi di fertilizzazione incrociata o di semplice contagio, che si sono dimostrati in passato driver di sviluppo particolarmente congeniali alla realtà italiana.

Proprio da questa prospettiva emerge la necessità di un quadro teorico più elaborato sui fabbisogni conoscitivi e statistici a sostegno dello sviluppo locale, capace di una conoscenza profonda dei luoghi e del sapere che in essi è depositato. Come è possibile estrarre conoscenza (statistica) dai luoghi?

Una risposta sta nella definizione di ‘luogo’ che abbiamo proposto: in queste strutture reali – fatte non di edifici, ma delle interrelazioni che si intessono tra le persone per motivi di studio, di lavoro, di soddisfacimento delle necessità familiari, di godimento del tempo libero – l’oggetto delle interazioni è, in ultima istanza, informazione. Quotidianamente si scambiano flussi informativi. Ma al tempo stesso, giorno per giorno, questi vanno accrescendo la conoscenza, in un processo di accumulazione. Soltanto una parte di questa conoscenza è formalizzata e resa esplicita, tradotta in documentazione accessibile, conservata in luoghi deputati. Un’altra parte, maggioritaria, è conoscenza tacita, non formalizzata, tradotta in consuetudini e norme di comportamento, incorporata nel ‘capitale sociale’, cristallizzata e incastonata nel luogo stesso.

L’esistenza di uno stock di risorse e di conoscenze specificamente locale consente di poter fondare lo sviluppo locale sulla conoscenza oggettiva del territorio oltre che sulla soggettualità.

Il lavoro da fare è quello di produrre un nuovo insieme di informazioni che aiuti i territori, che aiuti i soggetti dei territori, che aiuti questa ossatura ‘urbana’ a evolversi su un sentiero di crescita. Perché, alla fine, la perdita di questo sentiero di crescita è alla radice di molte difficoltà che il Paese intero sta attraversando.


[1] https://www.youtube.com/watch?v=3HqRr4zi70A&t=58s

[2] http://www.treccani.it/vocabolario/identita/.

[3] Scibona, Salvatore (2011). La fine. Roma: 66th and 2nd. p. 252.


Scarica qui il testo completo:

https://drive.google.com/file/d/112-6-fe_HcmuBVyM7p-LdrK9a2H2FIZT/view?usp=sharing