LE AREE INTERNE TRA ABBANDONI E RICONQUISTE

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“Chi l’ha fatto?” – Intervista ad Annalisa Mandorino, Segretaria generale di Cittadinanzattiva

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Un premio per riconoscere le iniziative virtuose nate per valorizzare le aree interne. Si chiama “Chi l’ha fatto?”, ed è un contest organizzato da Cittadinanzattiva, associazione che da oltre 40 anni promuove l’attivismo dei cittadini per la tutela dei diritti, la cura dei beni comuni, il sostegno alle persone in condizioni di debolezza nell’ambito di salute, scuola, servizi di pubblica utilità e giustizia. In occasione della quarta edizione della rassegna, abbiamo intervistato Annalisa Mandorino, segretaria generale dell’associazione che è socia di Riabitare l’Italia sin dalla sua nascita. Con Cittadinanzattiva è in atto un sodalizio forte nonché la condivisione di diverse tematiche, come la ricerca di soluzioni per mitigare lo spopolamento e garantire agli abitanti dei comuni più isolati i servizi essenziali.

Annalisa, ci racconti come è nata questa iniziativa?

Il primo contest è stato pensato nel 2021, e nasce con l’obiettivo di valorizzare le attività di chi vive nelle aree interne. Tutte pratiche e iniziative orientate sugli obiettivi globali dell’Agenda 2030 dell’Onu che hanno un medesimo fine: migliorare la qualità della vita dei cittadini riducendo la tendenza allo spopolamento, tutelando l’ecosistema e il patrimonio di biodiversità. Con questo premio riusciamo a raccontare la storia di comunità locali che non si arrendono a una situazione di abbandono ma reagiscono creando progetti in maniera autonoma o col sostegno delle amministrazioni. Il bando si è aperto a dicembre e si chiuderà il 28 aprile (scaricalo qui https://cittadinanzattiva.it/multimedia/files/progetti/chi-lha-fatto-iv-edizione-del-premio-bando-2024.pdf) siamo sicuri di conoscere progetti molto interessanti anche stavolta.

Il premio è giunto alla quarta edizione, cosa vi ha trasmesso questa esperienza fino ad oggi?

Abbiamo avuto la conferma che questi non sono territori senza futuro, ma sono aree vitali. Chi decide di rimanere fa una scelta coraggiosa e vuole partecipare alla vita della comunità. Allo stesso tempo, c’è chi decide di lasciare i medi e grandi centri per andare a vivere in queste zone e spesso porta ulteriore linfa alle nuove idee. È vero che le aree interne soffrono la carenza dei servizi essenziali, ma possono portare dei grandi vantaggi a livello sociale. La comunità può diventare molto coesa perché le iniziative sono rivolte a un numero più piccolo di soggetti. Questa è una delle cose più belle che si verifica in un piccolo centro.

Qual è invece la difficoltà maggiore di chi vive nelle aree interne?

Sicuramente la rarefazione dei servizi. Uno dei temi più attuali è la desertificazione dei servizi sanitari. Un deficit che si lega indissolubilmente a scuola e mobilità. La sanità in questi luoghi patisce due gravi carenze: l’assenza dei presidi sul territorio e quella di un numero adeguato di operatori. È in atto un processo di riorganizzazione dell’assistenza sanitaria a livello territoriale. Si è parlato di case della comunità, presidi pensati per il sostegno delle persone in difficoltà. Questa rete però insiste solo per il 16% nelle aree interne e c’è bisogno di un ripensamento profondo e sostanziale. I servizi, non bisogna mai dimenticarlo, devono essere erogati in maniera egualitaria.

Qualche spunto?

Parliamo ad esempio dei medici di medicina generale e dei pediatri, che sono essenziali nelle aree marginali. Mi chiedo: è possibile incentivare e sostenere coloro che decidono di lavorare in zone rurali, semmai in forma aggregata o in rete con le innovazioni territoriali a cui pure si sta lavorando come, a mero titolo esemplificativo, le Botteghe della comunità a Salerno? E sostenerli, come si è fatto con i progetti attivati dalle farmacie rurali nell’ambito del Pnrr? Poi, appena pronte o laddove pronte le case della comunità, tutto potrebbe tenersi in rete attraverso la famosa rivoluzione digitale, che nel 2025 non può più essere una parola magica usata per alimentare convegni.

Anche Riabitare l’Italia ha il patrocinio dell’iniziativa, su cosa si basa il vostro lungo sodalizio?

Siamo soci di Riabitare da quando è nata. Innanzitutto condividiamo l’idea di rileggere l’Italia partendo dalle aree di margine. I benchmark del nostro Paese non possono essere le eccellenze, ma le aree più in difficoltà, anche perché l’Italia è fatta per lo più di piccoli centri e di aree marginali e può crescere dal basso. Un altro aspetto che ci accomuna e rafforza la nostra collaborazione è il grande equilibrio tra ricerca e azione. Bisogna muoversi su un doppio binario, perché vogliamo far parlare sia i fatti che i dati. 

Qual è la vostra arma per combattere le disuguaglianze e l’abbandono delle comunità?

Cittadinanzattiva è nata come movimento federativo e il nostro punto di forza è la capillarità territoriale e la volontà di fare da cassa di risonanza alle battaglie delle comunità, anche di quelle che non aderiscono alla nostra organizzazione. Siamo una rete e vogliamo continuare a fare rete. Allo stesso tempo, a livello istituzionale e di politiche pubbliche, crediamo che si debba lavorare a delle riforme a partire dai margini. Su questi aspetti la voce dei Presidenti delle Regioni meridionali del Paese dovrebbe emergere con maggior chiarezza, esigendo che le riforme della sanità, come pure della scuola pubblica, avvengano assumendo come punto di partenza la fragilità di molte Regioni, piuttosto che l’eccellenza, seppure relativa, di alcune.