LE AREE INTERNE TRA ABBANDONI E RICONQUISTE

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I come e i perché del restare: recensione del libro ‘Ceux qui restent’ a cura di Gabriele Orlandi

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Le preoccupazioni per le questioni di “tradizione” e di “demografia” con cui vengono spesso
interpretate i territori rurali in Europa, in particolare quelli ai margini, tendono a lasciare in
ombra gli stili di vita e le aspirazioni dei giovani che crescono e vivono in queste aree. È
quindi per una felice coincidenza che recentemente due ricerche abbiano provato a fare luce
proprio su questi aspetti. Il lancio dell’indagine “Giovani Dentro” segue di pochi mesi la
pubblicazione oltralpe di Ceux qui restent. Faire sa vie dans les campagnes en déclin,
volume che rende conto di una ricerca incentrata sulla quotidianità dei giovani di alcuni
dipartimenti rurali della regione francese del Grand-Est*e che proverò a presentare brevemente in questa sede.
Apparso a fine 2019, Ceux qui restent è il frutto di un’indagine su circa duecento giovani
incontrati dall’autore, Benoît Coquard, nel corso di due anni e mezzo di ricerca di dottorato,
appena prima che la crisi dei Gilet Jaunes puntasse i riflettori sullo stato di salute delle
campagne francesi. Sociologo all’Università di Dijon, l’autore ha scelto di concentrarsi in
particolare su quei suoi coetanei che, diversamente da lui, non se ne sono mai andati per
studio o per lavoro, ma appaiono invece costretti a vivere in quelle “campagne in declino”
che, al netto della diversità delle traiettorie politiche ed economiche nazionali, potrebbero
essere definite in Italia come aree interne. Le une e le altre sono infatti accomunate tanto da
una densità demografica ridotta quanto dal ritrarsi dei servizi pubblici, delle scuole, nonché di
quei presìdi di socialità che sono i bar e i caffè.


Tuttavia, e forse perché proviene dalla stessa regione, l’autore osserva con una lucidità libera
da ogni sentimento di commiserazione quei giovani rimasti lì dove sono nati, principalmente
perché sprovvisti dei mezzi o dei diplomi necessari per spostarsi “in città”. In larga misura
sono figli e nipoti di quegli operai che alternavano i turni in fabbrica con il lavoro agricolo e
che ora alternano solamente i periodi di disoccupazione con i brevi contratti. I ragazzi
“rimasti” condividono in generale percorsi scolastici più brevi e non privi di asperità. In
questi contesti sono in effetti le ragazze a riuscire meglio a scuola e a proseguire più a lungo
negli studi, fattori che, uniti al fatto che il mercato locale del lavoro propone per lo più
impieghi considerati come maschili, le predispone ad andarsene, lasciando le proporzioni tra i sessi fortemente sbilanciate. Oltre a tradursi in un sentimento di inferiorità nei confronti di chi, meglio attrezzato in
partenza, è riuscito a realizzare i propri obiettivi professionali e coniugali, questa
combinazione di fattori – secondo l’autore – struttura fortemente anche la vita quotidiana e le
percezioni di questi giovani rurali, ambito sul quale questo lavoro di ricerca offre le
prospettive più interessanti. La rarefazione delle possibilità di impiego e degli spazi di
socialità come bar e bistrot li porta a passare molto tempo a spostarsi su un vasto perimetro
nel tentativo di tenere “cuciti insieme” famiglia d’origine, luoghi di lavoro, tempo libero,
affetti e amici. Questo, oltre ad accrescere la loro dipendenza dall’automobile e il rischio di
essere coinvolti in incidenti mortali, li inserisce in logiche di appartenenza plasmate più dal
tempo passato insieme che dal luogo di residenza. Per gli stessi motivi spesso intrattengono
rapporti superficiali con le generazioni più anziane: i giovani incontrati da Coquard praticano
una socialità orizzontale, attribuendo una dimensione centrale a quelle relazioni che più li
valorizzano e li coinvolgono: l’aiuto nel trasloco, l’aperitivo, il passaggio all’amico che ha la
patente sospesa, il prestito di piccole somme di denaro, ma anche il bricolage, la boxe, il
motocross.

Se da un lato il piccolo gruppo all’interno del quale si stringono queste forme di solidarietà è
esigente (in termini di investimento emotivo, di tempo e di obblighi sociali, in primis quello
di non appartenere a più di un gruppo di amici alla volta) dall’altro lato questa forma di
appartenenza è continuamente messa a rischio dall’esperienza della precarietà, dalla
competizione per i pochi posti di lavoro disponibili o, ancora, dal fallimento sempre in
agguato. Esclusi da una stabilità lavorativa e abitativa, questi giovani non possono che
aggrapparsi a quella piccola cerchia in cui sono (ri)conosciuti: un “noi” che, seppur fragile e
complesso, costituisce un riparo di fronte a una società da cui si aspettano ben poco.
Certamente la ricerca di Coquard non ha nessuna pretesa di rappresentatività e possiamo
immaginare che in altri territori siano altre le strategie con le quali l’essere rimasti in un posto
diviene una risorsa. Tuttavia, nel momento in cui le politiche territoriali si fanno più
partecipate e attente ai contesti, la possibilità di veder baluginare una coscienza collettiva e
solidale in quegli “amici” che vengono “prima di tutto” mi sembra un’ottima notizia.

Gabriele Orlandi, IDEMEC, Aix-Marseille Université

*Nata dal recente accorpamento amministrativo di Alsazia, Champagne-Ardenne e Lorena.