LE AREE INTERNE TRA ABBANDONI E RICONQUISTE

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“L’altro sguardo: Pedagogia, Appartenenza e Comunità nelle aree interne.” di Fabrizio Frignani

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Fabrizio Frignani
Geografo
Nato a Milano nel 1963.
Docente (volontariamente supplente) di geografia e geografia turistica, presso l’indirizzo Tecnico Turistico Nelson Mandela di Castelnovo ne Monti (Re).
Dal 2019 al 2024 ha collaborato come consulente esperto del paesaggio per l’Unione dei Comuni dell’Appenino emiliano, all’interno del progetto Snai (Strategia nazionale aree interne).
Per le scuole dell’Unione ha progettato e sviluppato un percorso di educazione alla sensibilizzazione del paesaggio dal titolo “Per una pedagogia del-nel paesaggio”.
Negli anni 2023 e 2024 ha coordinato le prime due Summer School organizzate all’interno della Snai per conto dell’Unione dei Comuni dell’Appennino emiliano sui temi del paesaggio, della sostenibilità e della comunità.
Dal 2021 ricopre l’incarico di coordinatore scientifico per l’Osservatorio locale del paesaggio dell’Unione dei Comuni dell’Appennino emiliano.
Ha all’attivo numerosi articoli sui temi del paesaggio e della geografia umana, e alcune mostre fotografiche.

Per gran parte del secolo scorso abbiamo assistito indifferenti allo smantellamento sociale ed ambientale, su tutto il territorio nazionale delle aree interne. Un processo lento e continuo, dove si è preferito rincorrere modelli di sviluppo industriale ed economico estremamente centralizzati, considerando i territori marginali, dei vuoti a perdere. Aree spesso dimenticate, distanti dai riflettori, fragili, custodi silenziosi di modelli di vita alternativi e non omologati. Oggi, se osservate con un altro sguardo, possono offrire nuove prospettive per il presente, e perché no, anche per il futuro, contribuendo a ridefinire narrazioni alternative al mito del metodo.
Le aree interne non vanno semplicemente riempite, vanno ascoltate, comprese, abitate con rispetto. Servono relazioni vere, cura, visione e tempo. E’ in questo contesto che emergono parole come abitanza e restanza, utilizzatissime sui media, ma che rischiano di diventare solo degli slogan vuoti, se non correlate a pratiche reali.

Per evitare ciò, è necessario investire intimamente nella pedagogia dei luoghi, ogni ritorno, se non viene investito dall’appartenenza, rischia di restare una figurazione momentanea di un attraversamento. L’appartenenza richiede tempo, ascolto, coinvolgimento, richiede scuola.
Per ridare davvero vita a queste aree, bisogna prima di tutto rifarsi ad una Scuola di Luogo, dove si costruisce il senso di appartenenza, si rafforza il senso di identità, si formano i legami sociali, si trasmettono i saperi che nascono dall’esperienza diretta. Questo diventa lo spazio in cui gli studenti, che abitano il territorio in modo diffuso, si incontrano, condividendo il sapere che si genera e rigenera vivendo insieme, inoltre queste scuole, possono diventare l’ultimo ed unico avamposto di comunità resistenti, che tiene unite le persone e trasmette identità.

Per farle restare vive, è stato necessario riattivare modelli educativi ai più sconosciuti, come quello delle pluriclassi, oggi oramai sopravvissuti solo nelle micro scuole di montagna. Un modello che si basa prevalentemente sulla verticalità, che non va visto come un ripiego, ma come risorsa, dove l’interazione tra studenti di età diverse stimola un processo collaborativo trasmissivo di scambio, di crescita comune.
Solo entrando e lavorando in una di queste piccole comunità didattiche si può comprendere davvero il significato sociale della scuola, per il territorio e per le comunità. Non si tratta solo di fare istruzione, ma attivare una pratica quotidiana di appartenenza, che a sua volta alimenta restanza e abitanza in modo autentico. Avviare percorsi educativi indipendenti non è cosa semplice, nonostante questi siano previsti dall’ordinamento scolastico grazie all’autonomia scolastica. Più facile è l’attivazione nelle scuole dell’infanzia e nella primaria, più complicato nella secondaria di primo grado, quasi impossibile nella scuola superiore a meno che non si tratti di un polo scolastico di un’area interna.

Diventa così fondamentale che tutti gli interlocutori, cittadini, amministratori, dirigenti, docenti, la politica tutta, comprendano che le scuole appartengono indistintamente al luogo ed al territorio. Queste non possono essere gestite come se fossero tutte uguali, senza tenere in considerazione il rapporto che le scuole di città e quelle delle aree interne hanno con l’esternalità che le circonda. La scelta sul tenere aperti-attivi o meno dei presidi educativi sul territorio non può basarsi solo su criteri economici, ma deve appunto guardare al valore sistemico ed ecologico, che la scuola può sviluppare nei luoghi stessi.
L’istruzione non può solo essere considerata una spesa, ma un investimento sociale ed economico su un futuro sostenibile. Per questo motivo le scuole delle aree interne, comprese le micro scuole, dovrebbero essere riconosciute come veri e propri servizi ecosistemici, al pari dell’acqua, dell’aria, delle foreste, dell’ambiente in genere. Anzi, andrebbero poste al vertice di questa piramide invisibile, perché oltre che a leggere e scrivere e far di conto, s’impara a vivere in relazione con il paesaggio, con la comunità, con le proprie radici. Sono luoghi in cui si forma, gratuitamente, una coscienza ecologica, sociale, culturale, veramente sostenibile, che non si basa solo su macro concetti, ma su dettagli e relazioni, che insieme collaborano alla costruzione del sistema paesaggio.

Ambienti in cui le giovani generazioni acquisiscono la consapevolezza che quel loro modello di vivere la quotidianità e il territorio è un modello esclusivo, unico e irripetibile del “ri-abitare i luoghi”, che può diventare punto di riferimento per ridisegnare in modo innovativo gli spazi urbani.
L’edificio non deve essere guardato come un volume inaccessibile, un mosaico verticale ed orizzontale di pietre sovrapposte anche con eleganza, ma uno spazio permeabile, fluido, un oggetto mutante, inclusivo per tutta la comunità. Questo comporta l’adozione di un cambiamento culturale che riconosca alla scuola un nuovo significato, ma soprattutto nuovi ruoli. Non più solo contenitore del pensiero nozionistico ed omologato, oppure parcheggio temporaneo dei figli, ma luogo in cui si dà valore alla differenza, si apprende dal paesaggio, si costruisce una società nuova, veramente inclusiva.

La parola che più di tutte racchiude il senso profondo di questa riflessione è appartenenza. Appartenere a un luogo non significa semplicemente viverci. Significa saper attivare quelle connessioni profonde che legano l’individuo al proprio contesto, umano e non. Significa indagare nuovi spazi geografici, che non sono più solamente dettati e sottoscritti dalla fisicità materiale delle cose, ma anche da tutto ciò che è immateriale, indefinito, comunque presente dentro di noi. Ciò che attraverso la percezione prende forma, anche se non ha una forma. È qui che entra in gioco l’altro sguardo: lo sguardo capace di cogliere il paesaggio come specchio della nostra identità. Una carta d’identità non fatta di numeri, ma di gesti, errori, scelte. Il paesaggio riflette ciò che siamo, come viviamo, rappresenta i nostri comportamenti.

In questo contesto pedagogico l’errore si trasforma in un’occasione, è utile, prezioso; dagli errori si impara a ri-mettere a posto le cose. Abbiamo per troppo tempo adottato ed inseguito superficialmente, un modello educativo basato sul pensiero verticale, tipico di un approccio industriale, che ci ha reso miopi, standardizzati, incapaci di esplorare e sperimentare. Oggi la pedagogia che da sempre rappresenta l’esplorazione, che lascia spazio allo stupore, all’immaginazione, alla creatività, ci sta riportando verso la riscoperta del pensiero laterale, che ci permette di vedere situazioni e problemi da prospettive diverse, rompendo gli schemi tradizionali di pensiero, per guardare oltre le apparenze.

Guardare i luoghi senza il filtro dell’abitudine ci permette di capire che le comunità resistenti delle aree interne non sono solo il passato ma un modello per il futuro, un laboratorio esperienziale dove dare vita a nuove forme del fare comunità.

Le aree interne non sono territori da salvare, ma luoghi da rispettare perché hanno molto da insegnare alla società, nello specifico a quelle urbane. Ri-abitarle, significa prima di tutto viverle con un nuovi sguardi, dove rimettere in discussione la realtà concentrata troppo sul presente, andando oltre a ciò che è convenzionale, fatto dal tempo che passa.Lasciando alla scuola il tempo di costruire nuovi sguardi sul futuro attraverso la sperimentazione di nuove forme di appartenenza e partecipazione.