LE AREE INTERNE TRA ABBANDONI E RICONQUISTE

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L’Appennino Centrale e le sue Storie

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Il territorio montano a Nord e a Sud della via Salaria dall’antichità ai giorni nostri

Testi di

Marco Bettelli, Andrea Cardarelli, Caterina M. Coletti, Raffaella Coletti, Andrea Di Renzoni, Alfonso Forgione, Eleonora Iacopini, Fabiana Macerola, Simonetta Menchelli, Marco Moroni, Umberto Moscatelli, Mauro Saracco, Andrea R. Staffa   

Roma 2021 Edizioni Quasar

ISBN 978-88-5491-125-3

Euro 24,00

Il libro è dedicato alla geografia storica di quella parte dell’Appennino Centrale da cui passa la via Salaria, strada di antichissima origine che collega il medio Tirreno e il medio Adriatico. L’evoluzione attraverso i secoli di questo territorio viene delineata in un’ottica di lungo periodo, considerando un arco cronologico che va dalla tarda età del bronzo all’età contemporanea.

Il libro ha un preciso obiettivo: attirare l’attenzione sul “capitale storico” dell’Appennino Centrale, fornendo una chiave di lettura degli abitati montani – segnati dallo spopolamento e danneggiati dai recenti terremoti – come luoghi storicamente interconnessi, aperti alle relazioni e agli scambi, di grande rilevanza nella storia politica, economica e culturale dell’Italia, che hanno il potenziale per proporsi come luoghi di nuove interconnessioni e nuove forme dell’abitare.

Nel territorio esaminato, dominato dai Monti Sibillini, Reatini e della Laga, il susseguirsi di valli, altopiani e valichi offre numerose vie naturali di raccordo intermontano, in buona parte ricalcate dalla viabilità odierna. Ciò ha favorito lo stanziamento umano in tutte le epoche, e la formazione di paesaggi di grande bellezza, connotati dalla fitta presenza di agglomerati ed edifici sparsi che racchiudono innumerevoli beni archeologici, storico-artistici, architettonici,   testimonianza materiale e riconoscibile del protagonismo dei territori. 

Seguendo la linea del tempo, abbiamo raccontato come le antiche popolazioni italiche insediate in queste montagne fossero le dirette eredi delle grandi comunità appenniniche di epoca protostorica, e come i loro sistemi territoriali, basati sulle comunità di villaggio, siano stati in parte mantenuti, in parte riconfigurati dai Romani, attraverso un’organizzazione basata sulla proprietà terriera, anche nelle aree ad alta quota. Con la fine dell’unità politica e amministrativa di età romana, il crescente ruolo della Chiesa nella gestione del territorio e l’arrivo di popolazioni provenienti dal Nord – Goti, Longobardi, Normanni – hanno prodotto nuove forme di insediamento accentrato, che hanno portato in seguito alla nascita dei castelli, elemento ricorrente nei paesaggi dell’Appennino e dell’intera Penisola. Dopo il Mille, l’integrazione fra l’economia agro-silvo-pastorale e le produzioni manifatturiere ha generato una sorta di “età dell’oro” delle popolazioni appenniniche, venuta meno a cavallo tra il Cinquecento e il Seicento per una profonda crisi. Dalla crisi sono nate nuove forme di equilibrio, ma anche numerose fragilità che hanno condizionato la successiva evoluzione economica e sociale dei territori, fino all’avvio dell’esodo massiccio dal secondo dopoguerra e al conseguente intervento pubblico per invertire l’andamento demografico.

Il dato principale che emerge dalle narrazioni proposte è l’esistenza, in tutte le epoche, di legami funzionali tra gli abitati disseminati sui rilievi appenninici e quelli situati in pianura, basati su reciproche interdipendenze di tipo politico, economico, culturale. L’attuale condizione di isolamento e marginalità dei centri montani è l’espressione storica di un allentamento di tali interdipendenze, ma non è irreversibile: essa potrà essere superata quando i territori dell’Appennino Centrale torneranno a essere necessari, in nuove forme, allo sviluppo del Paese.